L’artista Francesco Zefferino e la sua personale STUDIO VISIT

Zefferino e personale Studio Visit

La mostra di Zefferino porta il fruitore nello spazio di lavoro dell’artista offrendo intuizioni sulla metodologia e visione dell’autore

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Abbiamo incontrato l’artista Francesco Zefferino nel suo atelier per farci raccontare il suo percorso e le sue ispirazioni. La sua personale Studio Visit curata da Antonella Ciccarone, presidente dell’Associazione Artis è visitabile fino al 16 novembre in Piazza Kennedy, 3 ad Acquaviva delle Fonti (per info telefono numero 388 3717222).

Francesco, come è iniziato il suo rapporto con la pittura?
Penso che, invero, sia stato il medium della pittura ad iniziare un rapporto… La formazione Liceale Artistica e gli studi in architettura, nell’allineamento alla dottrina ufficiale, hanno innescato, poi, una fuga progressiva, mettendo silenziosamente in discussione la rigida estetica accademica, attraverso scelte formali fondate sulla ricognizione del medium medesimo e la sua de-costruzione.

Quali sono le principali fonti di ispirazione per le sue opere?
Non ci sono fonti di “ispirazione”, semmai, lo scopo della ricerca è il medium stesso: se la pittura è linguaggio morto la mia prassi è stata recarmi al cimitero dell’arte e riesumare il cadavere della pittura, trattandola come avrebbe fatto un anatomopatologo, cercando di sviluppare un linguaggio visivo che sintetizzi tecnica rigorosa e indagine filosofica sulla pittura stessa come paradigma del concetto di arte che, come afferma Roger L. Taylor, “è un raffinato strumento concettuale, messo a punto in un preciso momento storico dai gruppi sociali dominanti allo scopo di tutelare i propri interessi di classe”.

Come definirebbe il suo stile?
É mia convinzione che, “lo stile”, in quanto affermazione dell’ego, sia una forma di violenza e ho sempre cercato di evitarlo. Ciò detto, la mia opera è stata, sovente, definita dalla critica come realismo, post realismo, ecc… Ritengo che nella mia ricerca, si sia radicato un sistema improntato al “non stile”, ovvero un raccordo di diverse modalità espressive, principalmente all’interno della pittura figurativa e all’ascesa, di conseguenza, di un approccio all’arte contemporanea caratterizzato dall’assenza di un’identità specifica.

C’è un tema ricorrente nelle sue produzioni?
Come ho già espresso, il tema è la pittura stessa, inteso non come escamotage tautologico, ma come ricognizione del medium medesimo. Le scelte iconografiche attingono ad un repertorio di immagini sottratte al flusso/mare magnum della rete che, nella risignificazione del processo pittorico, fungono da innesco per istigare sensazioni, dubbi e interrogativi. Questo processo non solo solleva questioni sulla memoria collettiva e l’autenticità, ma mette anche in discussione l’assunta oggettività delle immagini fotografiche. Tutte le sperimentazioni segnano l’impegno sia per la ricerca tecnica, sia per la sovversione concettuale, una dialettica tra controllo e caso, illusione e materialità, narrazione e sottrazione, come ad esempio, le contaminazioni tra materia pittorica e psicofarmaci, l’intervento degli acidi sulle fotografie, le installazioni con oggetti in disequilibrio e la serie dei lavori “non finiti”.

Qual è la peculiarità della personale Studio Visit?
Il progetto STUDIO VISIT, inteso come perlustrazione del visitatore all’interno dello spazio di lavoro dell’artista, è un’occasione per diventare esperienza, per immergersi nell’ambiente creativo, assistere al processo artistico e dialogare direttamente con l’artista. A differenza della fruizione dell’arte in una galleria o in un museo, dove l’accento è posto sul prodotto finito, una visita allo studio offre uno sguardo diretto sul percorso della creazione artistica, dall’inizio alla fine. Questa modalità espositiva, può fornire uno scorcio autentico e non filtrato nel micro – universo dell’artista, rendendo il legame tra l’osservatore e l’opera d’arte più personale e profondo, oltre al fatto che rivelare lavori in corso d’opera, esperimenti scartati o gli strumenti e materiali dell’artista, offre preziose intuizioni sulla metodologia e visione dell’autore.

Qual è il ruolo dell’artista oggi, secondo Lei, in una società digitale sempre più veloce?
Contrariamente alla narrazione “accademica” dell’arte che può cambiare il mondo, sono convinto che sia sempre stato il mondo a cambiare l’arte. L’estetizzazione diffusa nelle società “globalizzate”, la veloce produzione di immagini consegnate al consumatore, dove conta solo il presente della più piatta e asettica percezione, producono una narcotizzazione estetica del mondo. Nulla più accade e ci riguarda nel profondo e così, come aveva già avvertito Nietzsche, l’arte diventa solo occasione di una momentanea eccitazione, un simulacro dello sguardo dove l’artista non ha alcun ruolo.

Quali sono i progetti futuri?
É il futuro che ha progetti per me e, non potendo conoscere il futuro, non ho progetti…

Vuole dare un messaggio ai giovani che vogliono intraprendere un percorso artistico?
A questa domanda risponderei con una recente affermazione dell’artista Jim Dine su Artibune: “Non so cosa significhi oggi essere un artista – dev’essere terribile, perché il mondo dell’arte è dominato dal commercio. Le persone importanti non sono più gli artisti, ma i collezionisti, i mercanti, i critici. Noi siamo diventati dei produttori. È molto triste, perché ciò che faccio non è una scelta: è qualcosa che devo fare, è ciò per cui sono nato”.

 

 

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