Celebrata in Cattedrale l’omelia del giovedì santo

La lavanda dei piedi era una caratteristica dell’ospitalità nel mondo antico, era un dovere dello schiavo verso il padrone, della moglie verso il marito, del figlio verso il padre
Ieri, giovedì santo, presso la Cattedrale di Acquaviva delle Fonti, i fedeli si sono ritrovati per compiere uno dei riti più antichi nella storia della Chiesa: la lavanda dei piedi; un rito che non ha bisogno di troppi orpelli o parole ma che, con una semplice brocca e un catino, resta uno dei più eloquenti gesti di Gesù.
Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 13, racconta l’episodio della lavanda dei piedi. Gesù «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine», e mentre il diavolo già aveva messo nel cuore di Giuda Iscariota, il proposito di tradirlo, Gesù si alzò da tavola, depose le vesti e preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita, versò dell’acqua nel catino e con un gesto inaudito, perché riservato agli schiavi ed ai servi, si mise a lavare i piedi degli Apostoli, asciugandoli poi con l’asciugatoio di cui era cinto.
Bisogna sottolineare che a quell’epoca si camminava a piedi su strade polverose e fangose, magari sporche di escrementi di animali, che rendevano i piedi, calzati da soli sandali, in condizioni immaginabili a fine giornata.
La lavanda dei piedi era una caratteristica dell’ospitalità nel mondo antico, era un dovere dello schiavo verso il padrone, della moglie verso il marito, del figlio verso il padre e veniva effettuata con un catino apposito e con un “lention” (asciugatoio) che alla fine era divenuto una specie di divisa di chi serviva a tavola.
A seguire le parole di don Mimmo Giannuzzi:
«Carissimi, questa sera lasciamoci lavare i piedi da Gesù, lasciamo che sia Lui a darci l’esempio, a riscaldare il nostro cuore, a indicarci la strada da cui partire per il rinnovamento de nostro cuore e della nostra comunità. Oggi facciamo memoria di quella Cena che, ogni giorno, celebriamo e che ci lega a Cristo in una maniere unica attraverso il Sacramento dell’Eucaristia. Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo di questo calice non solo partecipiamo alla vita di Cristo ma sentiamo risuonare nel nostro cuore le sue parole “fate questo in memoria di me”.
Oggi celebriamo anche l’istituzione del sacerdozio ministeriale. Se dovessi pensare a questi anni di ministero non potrei fare memoria di quanti mi hanno dato l’esempio nella preghiera, nella carità, nel servizio, nel perdono, nell’accoglienza. Un presbitero senza una Comunità sarebbe privato non solo dei piedi da lavare, ma anche di qualcuno che gli insegna a lavare i piedi reggendo la brocca e il catino.
La liturgia tra poco mi chiederà di compiere un gesto di cui sono chiamato a darvi sempre l’esempio. Perciò, questa sera vi chiedo di pregare anche per me, perché il mio sguardo sia sempre fisso sui piedi di chi ha bisogno, i miei interessi non siano altri se non servire chi mi chiede aiuto, la mia attenzione non sia rivolta ad altro se non al catino nella cui acqua si riflette il volto di Cristo».





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