Il PD si spacca sul destino dell’amministrazione comunale

Azzeramento, sfiducia o appoggio esterno? I nodi da sciogliere dei democratici acquavivesi.
Le cronache di questi giorni, il susseguirsi di dichiarazioni, interviste, lettere e comunicati stampa delle forze politiche di maggioranza e del sindaco ci restituiscono una immagine molto confusa di quello che sta accadendo a Palazzo De Mari e ci suggeriscono un vago senso di sconforto nel constatare la qualità e la serietà della discussione politica in corso.
La politica ha espulso dai suoi discorsi Acquaviva, ha abdicato al suo ruolo, avvitandosi in se stessa e riducendosi ad una sterile prova di forza tra le parti.
Il Partito Democratico ha aperto una crisi che sembra non voler volgere a termine in tempi brevi. Stando agli ultimi sviluppi, infatti, sembra che il PD si sia arroccato sulle sue posizioni e che rifiuti di incontrare il resto della coalizione e il sindaco per trovare una soluzione.
Ma cerchiamo di mettere in ordine gli eventi per provare ad orientarci e comprendere le diverse posizioni in campo, soprattutto in un partito che è arrivato a ritirare la sua rappresentanza in giunta e a tenere in bilico l’ennesima amministrazione. In tempi diversi ma con logiche quasi identiche, dopo la caduta di Dambrosio, Nettis e Squicciarini, aggiungendo anche la mancata elezione di Vito Del Monte nel 2006, il centro-sinistra rischia, ancora una volta, di divorare se stesso e di aprire una nuova stagione di vuoto politico-amministrativo.
IL CASO VAVALLE
Pochi giorni fa il segretario del PD, Gianni Nettis, ha chiesto al sindaco le dimissioni dell’assessore Annamaria Vavalle, colpevole, a suo dire, di aver espresso pubblicamente un giudizio negativo e offensivo nei confronti del suo partito. Un episodio che sarebbe la punta dell’iceberg di un atteggiamento di diffidenza radicato in tutta la coalizione, come nel caso della candidatura di Franco Chimienti alla Regione, mai digerita da tutte le componenti del PD, e il mancato appoggio a Francesca Pietroforte per un posto di consigliere nell’Area Metropolitana di Bari.
Questo atteggiamento avrebbe portato il suo partito ad essere sempre in minoranza e dotato di scarsa visibilità (con due assessori su cinque, quattro consiglieri, la presidenza del consiglio comunale, la presidenza della prima commissione consiliare e la delega ai beni confiscati alla mafia).
Non vale la pena di entrare nei dettagli di un episodio così irrilevante da un punto di vista sia politico che amministrativo. Sembra evidente, infatti, la natura pretestuosa e strumentale della richiesta di dimissioni della Vavalle. Può un banale litigio personale determinare una crisi politica?
Certo è che la tensione era evidente già dalle vicende dei giorni precedenti, con gli assessori PD che hanno votato contro una delibera di giunta che emanava il bando per il nuovo Controllo di Gestione. Tale provvedimento serviva ad affidare, tramite un avviso pubblico, l’incarico di provvedere ad una attenta analisi e controllo sulla organizzazione e il funzionamento degli uffici comunali.
LA LITE CON DINAPOLI
In qualsiasi caso questa richiesta di dimissioni, avvenuta attraverso canali privati, è diventata pubblica in seguito ad una fuga di notizie, si dice partita da qualcuno dei nuovi simpatizzanti del pd. Il sindaco, ritenendo grave la violazione di quella riservatezza che gli stessi democratici gli avevano chiesto, ha chiamato Di Napoli nel suo ufficio e a porte chiuse avrebbe chiesto spiegazioni in una conversazione dai toni decisamente accesi, di cui non siamo in grado di riportare i contenuti che il pd ha riportato come “vili e offensivi”.
LE DIMISSIONI
Non riuscendo a far cadere la testa di Vavalle, i democratici decidono di far dimettere gli assessori Dinapoli e Sardone, perché “non attaccati alle poltrone” (anche se all’appello, in effetti, mancano quelle della presidente del consiglio, Francesca Pietroforte, e del presidente della prima commissione, Pasquale Cotrufo, cariche entrambe frutto di un accordo politico di maggioranza), annunciando un appoggio esterno all’amministrazione comunale.
LE DIVERSE POSIZIONI NEL PD
Tutti questi passaggi pare non abbiano visto coinvolti gli organi provinciali del PD che avrebbero appreso della situazione a giochi ormai iniziati.
Avviata una interlocuzione con il sindaco e il partito cittadino, la proposta di mediazione avanzata dal segretario provinciale del PD è stata quella di aprire una verifica politica ed eventualmente, sulla scorta di questa analisi, chiedere l’azzeramento della giunta.
Questa proposta di mediazione è stata rigettata dall’assemblea cittadina dove si sono registrate diverse idee sulle posizioni da assumere nei confronti dell’amministrazione comunale, a testimonianza della grande confusione che regna nella gestione della crisi da parte della segreteria, sia al proprio interno che all’esterno
La posizione del segretario e capogruppo consiliare, Gianni Nettis, supportata dagli altri tre consiglieri comunali e dall’ex assessore Di Napoli, è quella di non rientrare in giunta e continuare con l’appoggio esterno all’amministrazione Carlucci. Una mossa che è votata al suicidio. Appoggio esterno, infatti, significa, tradotto dal politichese, allungare di poco i termini della caduta inevitabile di una amministrazione che non ha più una maggioranza per governare. La data di scadenza, se dovesse essere questa la linea definitiva, potrebbe già arrivare nei prossimi trenta giorni con il voto sugli equilibri di bilancio, a meno che il sindaco non si dimetta prima.
Ancor più dura l’area che si rifà al consigliere regionale Lacarra, ovvero gli ex IDV e Centro Democratico, che hanno chiesto di mandare a casa il sindaco in tempi rapidi attraverso le dimissioni dei consiglieri comunali. L’avvocato Angelo Maurizio, del resto, si era più volte espresso contro l’amministrazione Carlucci e la linea della segreteria del PD, tentando la scalata al partito con una mozione di sfiducia ed un massiccio tesseramento on line.
L’area che si rifa a Giannini, invece, pare propendere per la strada che porta all’azzeramento e la nomina di nuovi assessori.
Di diverso avviso Antonia Sardone e il gruppo dei Giovani Democratici che hanno chiesto pubblicamente la riapertura di una discussione con il resto della maggioranza per scongiurare la caduta dell’amministrazione, sottolineando che i segnali di apertura da parte del sindaco e delle altre forze politiche coinvolte non sono affatto mancate.
Una grande diversità di punti di vista, tutti all’interno di uno stesso partito. Quale posizione prevarrà alla fine?
Per ora prendiamo atto che l’unico filo conduttore è dato dalla confusione data dalla non-decisione di procedere con l’appoggio esterno che significa semplicemente non avere il coraggio di prendersi fino in fondo la responsabilità delle proprie azioni, oltre ad essere una maniera per evitare che le contraddizioni e le divisioni interne esplodano.
Quali sono le vere cause che hanno portato ad aprire questa crisi? Cosa vuole fare il PD? Stare con Carlucci. e quindi rientrare in giunta, far finta di sostenerlo (l’appoggio esterno) o farlo cadere? Chi sono gli interlocutori del PD? I partiti con cui sta al governo da due anni e mezzo, le opposizioni di centrodestra, o il nuovo pd si ritiene autosufficiente? Vuole governare? Vuole fare l’opposizione? O vuole nuove elezioni?
E le altre forze di maggioranza cosa hanno intenzione di fare? Il sindaco a quale mediazione è disposto ad arrivare? Quanto altro tempo ha ancora intenzione di aspettare prima di prendere di petto la situazione?
Sono queste le questioni su cui si deve fare chiarezza, sono queste le domande ancora senza risposta su cui Acquaviva rischia di rimanere bloccata.
Con l’amaro in bocca constatiamo che questa crisi, se meglio gestita, poteva servire a mettere al centro i problemi di Acquaviva, si poteva giocare al rialzo sulle proposte per migliorare la città. Ma evidentemente la cultura di governo in alcuni consessi non prevede che si parli dei problemi e delle prospettive di una comunità. Non è la 167, non è la zona industriale, non è il decoro urbano, non sono le opere pubbliche, qui il problema sembra non essere niente che abbia a che fare con gli interessi di Acquaviva.
Il paragone è un po’ squallido, la strategia politica andrebbe accostata al gioco degli scacchi più che al gioco delle carte, ma sembra proprio che sia in corso una grande e inutile partita di poker in cui nessuno vuole andare a vedere le carte dell’altro, in cui qualcuno bluffa facendo credere di avere in mano le carte vincenti, non rendendosi conto invece che si sta giocando e sta perdendo semplicemente casa sua, oltre che il futuro di una intera città.





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