Una vetrina per Steca.

Termina domani l’esposizione presso la boutique di Felice Casucci, in via Giovanni XXII, di un giovane artista, Stefano Capozzo in arte Steca, venticinquenne dall'animo eclettico.
Vicino al mondo dell’arte, Felice Casucci non perde occasione di coniugare il mondo della moda a quello della musica, come abbiamo potuto vedere nel corso dell’estate appena volta la termine, con il concerto della band ‘’Temptation Blues’’ e Antonello Fiamma o il Distorsioni Sonore Festival organizzato insieme all’associazione Arci Urlo, quest’anno per la seconda edizione. Ma non è nuova per lui anche la fusione con il mondo della pittura, qualche anno fa infatti, anche Italo della Corte ha tenuto una personale di pittura presso la sua boutique.
Così ‘’La moda incontra l’Arte’’ e la creatività dirompente del giovanissimo Steca, giovane ma già con le idee chiare e la voglia di superare i muri del suono, lasciare il segno trasmettendo un messaggio ai posteri. La contraddizione della realtà, gli stimoli continui a cui la società ci sottopone, un disegno sempre diverso, un processo di crescita artistica in costante cambiamento lo rendono un’artista versatile e originale. Di seguito la breve intervista che ci ha rilasciato.
– Studente dell’Accademia di Belle Arti di Bari, frequentante la scuola di Decorazione. Venticinque anni e talento da vendere. Come si è manifestato il suo desiderio di comunicare al mondo la sua arte? Insomma come si è sviluppato il trinomio musica, pittura, vignettismo.
La mia avventura con il mondo dell’arte è nata quando avevo all’incirca 5 anni. Mi divertivo a scopiazzare i disegni di mio fratello e ad osservare mio padre mentre dipingeva, era sicuramente per me il momento più felice della giornata. Qualche anno dopo mi comprarono una chitarra classica, da allora non ho mai smesso di suonare e di appassionarmi alla musica. Disegnavo ovunque, disegnavo sulla chitarra e cantavo canzoni che parlavano di disegnatori. Ora continuo a farlo con qualche pelo in più sulla faccia ed una maggiore serietà. Il colore, il disegno e le note musicali sono i mezzi espressivi che utilizzo per dar voce alla mia immaginazione; si tratta di arti complementari che soddisfano la mia esigenza di sperimentare e di crescere.
– Le sue tele e opere hanno come tema la contraddizione della realtà, un modo, quindi, per lanciare un messaggio a chi è dall’altra parte. Com’è la sua di realtà, quella che passa attraverso i suoi disegni e va a creare un ponte con la nostra?
Il processo creativo come sosteneva l’artista Bruno Munari comprende tutti gli aspetti di una problematica di natura estetica, psicologica e pratica. La fantasia è la facoltà più libera, quella che non tiene conto della realtà. Mi diverto a distorcerla, quindi, per creare un mondo tutto mio che si colora di ricordi, sensazioni e riflessioni. Mi piace raccontare storie, capovolgere e distruggere con lo scopo di suscitare nell’osservatore una sensazione che possa in qualche modo arricchire.
– A questo aggiungi la potenza del puro sound roots reggae, sapientemente sfumato dalle sonorità del rock psichedelico e del jazz che fa della sua band, gli Uncle Jungle, un gruppo dalla musicalità trascinante. Quale la vostra mission.
Il nostro scopo è quello di proporre una musica che sia di matrice reggae ma che riesca a navigare verso altri orizzonti musicali complementari. Ci risulta difficile incarnare gli stereotipi di questo bellissimo genere musicale pur rispettando profondamente la connessa cultura rastafariana ed essendone molto affascinati, questo per via di una serie di ragioni legate sia alle nostre origini che sono italiane e non giamaicane che ad un’altra serie di motivazioni. Sottolineo questo perché è molto facile essere frainteso se suoni reggae e ciò potrebbe snaturare la tua libertà artistica e farti indossare maschere che non ti appartengono come spesso capita purtroppo. A tal proposito c’è da dire che nel percorso musicale underground (e non) italiano la musica reggae ha posto le sue prime radici proprio in Puglia precisamente nella provincia di Bari e di Lecce durante la fine degli anni ’80 ed inizio ’90, insomma abbiamo alle spalle una cultura “in levare” molto consolidata. I nostri testi affrontano tematiche di natura sociale, politica ed introspettiva; mi piace raccontare quello che vivo per creare una connessione empatica con chi ascolta. La parte strumentale è studiata per trascinare lo spettatore su ritmiche molto spesso lente ed ipnotiche che seguono quasi il battito naturale cardiaco, altri brani invece sono più incalzanti e ritmati.
– Questo un lungo preambolo sulla sua vita artistica. Come è nata l’iniziativa dell’esposizione delle sue opere nella boutique di Felice Casucci?
Ho avuto modo di conoscere Felice ad Agosto collaborando con lui e con i ragazzi del circolo culturale Arci Urlo del quale faccio parte, per la realizzazione del “Distorsioni Sonore Festival”. In quei giorni mi occupai soprattutto dell’allestimento della mostra “Distorsioni Visive” all’interno dell’ala nord del comune e notai in Felice, con piacere, un grande interesse per le arti visive. L’idea di esporre una mia opera nella vetrina di un negozio mi venne qualche tempo fa quando realizzai la scultura “Piece of Wall” ora situata nella boutique. Non avrei immaginato altro posto che non fosse nei pressi della stazione di Acquaviva perché c’è tutto un significato strettamente connesso con la scultura. Mio padre stufo di vederla stipata nel garage di casa del nonno, incontrò casualmente Felice e gli propose simpaticamente di farmela esporre, lui ne fu subito entusiasta e mi chiamò immediatamente proponendomi di allestire la sua vetrina e dandomi carta bianca. Alla scultura ho poi affiancato altre opere grafiche ed ho personalizzato alcuni manichini creando un nesso concettuale per l’intera installazione.





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