Uno, nessuno, centomila congiurati. Dell’attualità di un tirannicidio.

Maria Gargano

Grande successo per i dodici quadri tratti dal ‘’Giulio Cesare” di William Shakespeare riadattato e portato in scena dall'Accademia degli Sfollati.

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L’Auditorium della parrocchia San Domenico gremito di gente. Così, sabato sera, si aspettava al di qua del palco dove di lì a poco sarebbe andato in scena il primo spettacolo dell’Accademia degli sfollati, neonata compagnia dal nome fortemente simbolico, che unisce la stabilità che evoca la parola ‘accademia’ e la vulnerabile condizione di passaggio del migrante data dalla parola ‘sfollati’.

Cinque attori, Roberto Fatiguso, Peppino Paciolla, Toni Vavalle e Tommaso Procino (anche co-regista), attori di alto livello e un’esordiente, Marilena Colafemmina, l’unica donna del cast, dal fascino accattivante. I contributi video ad introdurre ogni quadro realizzati da Mimmo Ferrante e la regia di Pino Dentico.

Prima che lo spettacolo abbia inizio si dà spazio agli interventi istituzionali dell’assessore alla cultura, Antonia Sardone e del vicesindaco Austacio Busto, lieti di presentare e offrire alla collettività uno spettacolo di tale spessore in una struttura che fa da spalla a quello che diventerà, entro il 2017 si spera, il ‘’nuovo’’ teatro Sebastiano Arturo Luciani. Di sabato, infatti, la notizia che il comune indirà un bando per i lavori di ristrutturazione per un totale di 3,9 milioni di euro.

Inseguito la parola passa al regista Pino Dentico che ci prepara a quello che definisce ‘’un pugno nello stomaco’’, un affondo nei sentimenti di angoscia e agonia, ferocia e crudeltà, oggi più che mai attuali in un mondo ormai divenuto un intreccio di cosiddette guerre fredde, che però hanno sempre in caldo corpi innocenti da bruciare. Il regista, così, dedica idealmente, e invita il pubblico a fare la stessa cosa, la visione dello spettacolo alle popolazioni siriane di Kobane e dell’antica Aleppo, assediati dall’Isis.

Le luci si spengono e il palco prende vita anche se è la morte il tema predominante dello spettacolo e il sangue di Giulio Cesare, sceso fino in mezzo alla platea lo sottolinea. Una presenza, quella di Cesare, soltanto ideale ma resa fervida e tangibile dal primo all’ultimo atto, protagonista indiscusso di uno spettacolo ‘’smembrato’’ – come precisa il regista Pino Dentico- e letteralmente ‘’ricostruito come si trattasse di costruzioni Lego”. Dodici pezzi, dodici scene staccate l’una dall’altra ma unite a formare un unico quadro: il forte potere seduttivo dell’ambizione che, in maniera ininterrotta, ha creato (e continua a creare) nella storia, troppi esempi di egoismo e desiderio di onnipotenza finiti in tragedia, guerra, morte. La morte di Cesare, quindi, desiderata e cospirata da Casca (Roberto Fatiguso), dal manipolatore Cassio (Peppino Paciolla) che riesce a sedurre e portare dalla sua parte un malleabile Bruto (Toni Vavalle) combattuto tra l’amore per Cesare, di cui è figlio adottivo, e l’amore per Roma, per la sua libertà e le sue istituzioni repubblicane; una morte compianta dall’amico Antonio (Tommaso Procino), abile nel conquistare il consenso del popolo e a volgerlo contro i congiurati con la sua celebre orazione funebre.

Uno spettacolo aperto e chiuso con le musiche di Michele Jamil Marzella, all’interno di un viaggio musicale e visivo creato da Mimmo Ferrante, con video dal taglio onirico e visionario che accompagnano lo spettatore nei meandri delle logiche del potere. Dal sangue che introduce lo spettacolo, a simboleggiare non solo l’efferatezza dell’atto del tirannicidio, ma anche l’umana costante e imperterrita corsa verso il potere. Un sangue che in chiusura viene lavato dall’acqua ma che ritorna inesorabilmente a colare, a sottolineare le “banali e monotone forme con cui si ripetono nella storia” le logiche e le forme del potere. Un sangue vivo che scende a gocce che diventano zampilli e poi mare, un mare di cieca ambizione che ci circonda e che combattiamo ogni giorno ma che sovrasta molti popoli, troppi. Un cammino suggestivo che lo spettatore è portato a fare nei dettagli di quadri come ‘’La nave dei folli’’ e ‘’L’Inferno’’ di Bosch, o ‘’Davide con la testa di Golia’’ di Caravaggio o il ‘’Cristo morto’’ di Mantegna, accompagnati da musiche incalzanti che rendono omaggio alla recitazione sapiente degli attori, uniti tutti da una forte passione per il teatro.

Passione, un termine riduttivo per chi riesce a portare in scena l’anima di un personaggio, la cieca voglia di potere e la determinazione dei cospiratori, il dilaniante desiderio di Bruto di uccidere un padre per la libertà di un popolo da governare al suo posto; le pene di una donna, Porzia, moglie di Bruto (Marilena Colafemmina), che si dispera nel silenzio di un marito insonne e preso da qualcosa che lei purtroppo ignora ma segnerà la storia, e la furbizia di Antonio che, dopo aver stretto la mano ai congiurati, con la lettura del testamento di Cesare scuote gli animi del popolo contro di loro.

Il pubblico, rapito per due ore da uno spettacolo intenso, impegnato e alquanto contemporaneo, esplode al termine con calorosi applausi che accompagnano i saluti degli attori e fanno di questo ‘’assaggio di teatro’’ una esperienza che alimenta la fame di conoscenza, per chi non ha avuto il piacere di leggere il ‘’Giulio Cesare’’ di Shakespeare, e di eguali emozioni da rivivere grazie a spettacoli altrettanto impegnati che ci auguriamo sempre con più frequenza possano animare Acquaviva.

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