Sant’Eustachio: oggi i solenni festeggiamenti

La Redazione

Devozione e tradizione per onorare il santo protettore che Acquaviva venera dal 1158. Ecco il programma della festa.

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A pochi giorni dalla chiusura della campagna elettorale per le amministrative, Acquaviva quest’oggi, tra comizi e iniziative elettorali, festeggia il suo santo patrono Eustachio.

Devozione e tradizione per onorare il santo protettore che Acquaviva venera dal 1158 quando il feudatario normanno, Roberto Serguglione, selce come protettore della sua Città, il generale romano martire della fede.

Il programma della festa prevede le SS. Messe alle ore 9.00 – 17.30 e la solenne celebrazione alle ore  19.00 che precederà la processione del Santo alle ore 20.00; il percorso della processione prevede il seguente itinerario: Cattedrale, P.zza V. Emanuele, P.zza Garibaldi, via Don C. Franco, via Mons. Cirielli, p.zza Di Vagno, via F. Pepe con rientro in Cattedrale.

Celebrazioni religiose e civili con il lancio di bombe alle ore 8.00 per inizio festa –  a cura della ditta De Carlo di Gioia; alle ore 9.00 Giro per la città della Bassa Musica “Città di Mola”; ore 10.00 Matiné in P.zza V. Emanuele II – Concerto Bandistico orchestra di fiati Città di Acquaviva delle Fonti diretta dal M. Domenico Nuzzaco; alle ore 21.30, infine, spettacolo pirotecnico di fine festa.

La redazione di Acquavivalive augura a tutti gli acquavivesi una buona festa patronale e al neo comitato Feste Patronali e al neo vice-presidente, Gaetano Lenoci, un buon lavoro.

LA STORIA DI SANT’EUSTACHIO

Il nobile Placido era un generale al servizio dell’allora imperatore Traiano (53 d.C. – 117 d.C.). Il generale Placido, era un soldato valoroso e vantava moltissimi successi militari in Asia minore. Soldato e generale dal carattere misericordioso e ricordato per la benevolenza per le molte opere di carità verso le classi sociali più deboli nonostante egli non fosse un Cristiano.

Nei tempi di pace si dedicava alla caccia, e proprio durante una battuta nei pressi di Tivoli, mentre stava braccando un cervo vide apparire in mezzo alle corna dell’animale una croce che emanava un intenso bagliore e udì una voce esclamare:
“Placido perché mi perseguiti? Io sono quel Cristo che tu non conosci, ma che onori con le tue opere. Adesso ti indicherò la via della verità per la salvezza tua e dei tuoi cari. Recati, dunque, dal vescovo Giovanni che ti purificherà dal lavacro del peccato originale e da ogni altra contaminazione”
Dopo aver sentito tali parole, egli portò sua moglie e i suoi due figli piccoli dal vescovo e, tramite il rito del battesimo, abbracciarono volontariamente il Cristianesimo. Placido prese come nome Eustachio, derivante da Eustazia, dea del raccolto “dalle belle spighe”, e a sua moglie e al suo primogenito rispettivamente i nomi di Teopista e Teopisto che significano “fedele a Dio”; infine al suo secondogenito fu dato il nome di Agapito che significa “Diletto del Signore”.

Dopo il Sacramento la famiglia tornò a casa e, insieme alla sua famiglia, si diresse nel luogo del miracolo dove rividero l’animale, di nuovo con la croce in mezzo alle corna, e udirono la stessa voce che preannunciò loro che presto una serie di sventure avrebbero messo a dura prova tutta la famiglia.
Dopo un po’ la premonizione si avverò: la famiglia perse il suo titolo patrizio, con tutti i suoi averi e privilegi; persero la loro casa e con essa la servitù ed il bestiame. Per scampare quindi all’imminente miseria, intrapresero un viaggio verso l’Egitto. Durante la traversata navale, il capitano dell’imbarcazione, invaghito di Teopista, la trattenne a bordo, barattandola così con la tassa per il viaggio di Eustachio. Il pover’uomo rimase da solo con i due figli ancora piccoli e, giunti a terra, furono costretti ad attraversare un fiume. Qui furono colpiti da una nuova disgrazia; l’ex generale, messo in difficoltà dalla corrente, attraversò il fiume accompagnando i figli uno alla volta, iniziando dal primogenito. Ma giunto al centro del fiume, con grande e triste sorpresa, scoprì che i suoi due figli erano scomparsi, e quindi si ritrovò da solo a proseguire.
Gli anni passarono e a Roma, l’imperatore Traiano fu costretto a difendere alcune province dell’impero dalle invasioni barbariche; ricordatosi del valore militare del generale Placido, lo mandò a cercare.
Il suo ex-generale si era stabilito nella comunità di Badisso, in Egitto, e lavorava come guardiano presso i campi coltivati limitrofi alla città. Trovato il generale, lo condussero a Roma dove accettò di dirigere la campagna. Mentre riorganizzò l’esercito, ritrovò i suoi due figli Teoposto e Agapito, ormai giovani; entrambi non si conoscevano e non riconobbero loro padre. Si arruolarono nelle milizie del loro padre. I due intrapresero una notevole carriera che permise loro di diventare ufficiali e commensali del generale, ma non riuscirono a riconoscere ne il loro padre ne loro stessi. Respinto il tentativo di invasione, mentre l’esercito fece ritorno a Roma, durante una fredda notte, i ragazzi scelsero di pernottare in una casa vicino l’accampamento delle truppe. A seguito dei racconti e degli episodi di vita scambiati durante la notte, i due fratelli si ritrovarono e le loro storie vennero udite dalla padrona di casa che in realtà era la loro madre Teopista, vissuta lì dopo la morte del capitano della nave. La madre riconobbe i figli perduti, ma decise di non rivelare subito la sua identità. Il giorno dopo la donna si recò all’accampamento e chiese udienza al generale per essere scortata a Roma: il generale riconobbe la moglie ed essa gli rivelò nel suo esercito militano i loro due figli.

Dopo lunghe e tristi vicende e sventure la famiglia si riunì finalmente, e, recatasi a Roma per commemorare la vittoriosa campagna di Eustachio, il successore di Traiano, Publio Elio Adriano (76 d.C. – 138 d.C.) invitò il generale a partecipare al rito di ringraziamento al tempio di Apollo, ma, dinanzi al rifiuto di Eustachio e alla proclamazione della sua fede Cristiana, fu accusato di aver arrecato offesa all’impero nonché all’imperatore stesso, e per questo assieme alla sua famiglia fu condotto al circo, per esser dato in pasto ai leoni. Ma per miracolo nessuna bestia si prestò ad assalirli. Fu così ordinato che fossero rinchiusi in un toro arroventato; dopo tre giorni con il fuoco costantemente acceso, la famiglia consumò il suo martirio nonostante le loro salme furono trovate senza la minima ustione, e ricevettero una degna sepoltura cristiana.
 

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