L’opinione di Giovanni Tria sulla Zona 167

Sergio Carlucci

Il responsabile di ragioneria intravede nella votazione in consiglio della transazione la minaccia di un danno patrimoniale per il Comune

0 commenta

Sulla annosa vicenda della “Zona 167” si sono versati fiumi di inchiostro. L’argomento, inoltre, viene puntualmente rispolverato ad ogni campagna elettorale. Oggi se ne discuterà in Consiglio comunale. Il primo punto all’ordine del giorno, infatti, è proprio “Il piano per l’Edilizia economica e Popolare ex legge n. 167/1962, Assegnazione aree alle cooperative edilizie Comus Amicitiae, Fonti e Iris. Verbali di conciliazione del 31/07/2001. Atto di adempimento di transazione e di convenzione integrativa“.

Proviamo a spiegarne in sintesi la sostanza, partendo dagli ultimi passaggi della vicenda. A seguito dell’esproprio delle aree in via Bari poi cedute alle cooperative edilizie Domus Amicitia, Fonti ed Iris, il Comune aspetta di ricevere da queste ultime i dovuti proventi. Dopo un lungo contenzioso con tra Comune e cooperative si giunge ad una transazione: le cooperative si impegnano a restituire quanto spettante al Comune entro dei tempi prestabiliti.

Ma queste cose, si sa, possono durare all’infinito. E questi soldi ad oggi non sono nella disponibilità dell’Ente. La stessa votazione di quest’oggi in Consiglio presenta  non pochi elementi di criticità che potrebbero farla slittare a data da stabilirsi. Primo tra tutti, il “braccio di ferro” tra Sindaco e il Responsabile dell’Ufficio di Ragioneria, Francesco Capurso.

Quest’ultimo non ha espresso parere favorevole alla proposta di deliberazione del Consiglio comunale sull’argomento all’ordine del giorno. O meglio, ha richiesto il parere del Segretario Generale e quello dei Revisori dei Conti. Il dubbio di Capurso consisterebbe nel fatto fatto che il Comune, approvando questo atto, subirebbe un perdita patrimoniale deirivante dalla differenza dei costi di acquisizione delle aree espropriate e i proventi della cessione delle stesse aree alle cooperative.

In sostanza, Capurso non vuole prendersi la responsabilità di “regalare” alle cooperative dei soldi che dovrebbero rientrare nel patrimonio dell’Ente.

Inoltre, i rischi legali legati ad eccessiva frettolosità nel votare il punto all’ordine del giorno, non essendoci un parere vero e proprio da parte del dirigente di ragioneria, potrebbero ricadere sui consiglieri e sul loro patrimonio personale.

Quella della 167 è una storia interminabile, tra le cui pagine compaiono nomi illustri della politica acquavivese, sia in qualità di legali che di assegnatari. Uno fra tutti è quello di Carlo Laera, già sindaco di Acquaviva, nochè legale rappresentante di una delle cooperative ed attiualmente presidente di una delle forze politiche che compongono la maggioranza.

Ma per meglio comprendere l’intricata questione della 167, abbiamo rivolto alcune domande a Giovanni Tria, in qualità di ex sindaco di Acquaviva.

 

Tutti ad Acquaviva parlano della 167, spesso in modo contradditorio, Lei che cosa pensa di quella questione? E’ davvero così complicata da comprendere?

Sulla 167 di Acquaviva credo che sia necessario essere più espliciti nell’interesse di chi vuole veramente capire, perché penso che ancora ci siano coscienze libere da interessi personali e da pregiudizi ideologici, stanche dei tanti interventi volutamente fumosi che, di fatto, servono solo a mistificare le furbate e a nascondere responsabilità, omissioni e inadempienze.

Perché non prova Lei ad essere più esplicito?

Va subito evidenziato che quando si parla di “167” non si parla di numeri al lotto: si tratta, invece, di una legge dello Stato (Legge 18 aprile 1962, n. 167) recante “Disposizioni per favorire l’acquisizione di aree per l’edilizia economica e popolare”.
In un momento in cui in Italia (e anche ad Acquaviva) c’era fame di alloggi, quella legge doveva servire a dare la possibilità alle famiglie monoreddito di comprare un appartamento e allo I.A.C.P.
di poter costruire case popolari per le famiglie meno abbienti su aree messe a disposizione dai Comuni.
Il meccanismo, tanto per semplificare, era questo: i Comuni acquisivano aree molto periferiche espropriandole ai privati, pagavano il prezzo dell’esproprio, le urbanizzavano con risorse proprie e progetti finanziati dallo Stato (realizzavano opere, servizi e verde pubblico) e le cedevano alle cooperative edilizie (ovviamente a prezzo notevolmente inferiore a quello di mercato) che costruivano gli alloggi per i soci delle stesse, allo I.A.C.P. per realizzare le case popolari o alle imprese richiedenti che si impegnavano a realizzare appartamenti a prezzi agevolati (edilizia convenzionata).
Qual era l’interesse pubblico tutelato? Evidentemente la legge voleva promuovere il diritto delle famiglie più in difficoltà a costruirsi una casa, abbattendo considerevolmente i costi delle aree a carico dei cittadini interessati.

Come venivano indennizzati i proprietari dei terreni espropriati?   

Il diritto all’indennizzo dei proprietari dei terreni espropriati veniva stabilito dalla stessa legge 167 che attribuiva (art. 12 della legge n. 167/1962) all’Ufficio Tecnico Erariale (U.T.E.) la competenza  di fissare l’indennità dovuta ai proprietari (per metro quadrato) più il 2% per ogni anno di occupazione precedente al Decreto di esproprio.
L’U.T.E. comunicava al Prefetto e al Sindaco competente il prezzo di esproprio fissato per le singole aree espropriate che veniva quantificato secondo il disposto della legge 15 gennaio 1885, n. 2892.
Il Comune di Acquaviva approvò, sulla base di tale legge, il suo P.E.E.P. (Piano di Edilizia Economica e Popolare), nell’attuale area della 167.
Espropriò le aree: alcune le cedette allo I.A.C.P. per fare le case popolari, altre alle cooperative edilizie di Acquaviva interessate, attraverso procedure di evidenza pubblica. Ovviamente, rispettando lo spirito della legge, a prezzo politico.
Pagò le indennità di esproprio fissate dall’U.T.E. ai proprietari espropriati e accantonò le somme necessarie per pagare le indennità a quei proprietari che ne rifiutavano il prezzo di esproprio.

Che cosa è successo dopo?

A questo punto è successo che tre proprietari di quei terreni espropriati (così consigliati), per tutelare i loro legittimi interessi, hanno impugnato al Tribunale amministrativo regionale il Piano 167 di Acquaviva. Però si badi bene: il ricorso si basava non sulla incongruità del prezzo di esproprio (tesi insostenibile perché era il prezzo stabilito dall’U.T.E.), bensì fu addotta la motivazione (evidentemente suggerita da tecnici e avvocati) che il Piano di Acquaviva era “sovradimensionato”, cioè le aree espropriate erano di più di quante ne servivano in rapporto alla popolazione di Acquaviva.
Il T.A.R. dette ragione ai proprietari, cioè sentenziò che il Piano era “sovradimensionato”.
Il Comune di Acquaviva, che intanto su quelle aree stava costruendo strade, acquedotti, reti fognarie, reti di pubblica illuminazione e scuole materne, fece ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del T.A.R. e, nel frattempo, congelò (su parere del legale del Comune) le aree dei tre proprietari ricorrenti, cioè evitò di fare costruire su quelle aree alloggi privati o opere pubbliche.

Poi, però, la sentenza del Consiglio di Stato ha confermato quella del T.A.R. E’ così?

Nel 1994 il Consiglio di Stato ha definitivamente annullato il Piano della 167 di Acquaviva e, confermando la sentenza del T.A.R., ha stabilito che era “sovradimensionato”, cioè che erano state espropriate più aree del necessario.
Da quel momento in poi, che cosa sarebbe stato necessario fare per tutelare l’interesse pubblico e per salvaguardare le casse comunali dall’assalto incontenibile dei proprietari già espropriati? Semplicemente doveva essere riapprovato  il Piano tenendo presenti le censure del Giudice amministrativo in ordine al “sovradimensionamento” (rispetto alle esigenze abitative di Acquaviva); sarebbe bastato riproporre il Piano, stralciando le aree dei ricorrenti al Giudice amministrativo, e veniva sanato tutto l’esistente e il pregresso. E non parlo con il senno di poi: è quanto, all’epoca, ho sostenuto anche con pubblici volantini.

E invece che cosa è stato fatto?

Invece nulla è stato fatto: si è discusso di fumosi progetti di restituzione, di retrocessioni delle aree, di lottizzazioni d’ufficio e altre “menate” di questo genere, rendendosi responsabili di tutto lo sfacelo che ne è conseguito.
Non solo sono riusciti ad aumentare le pretese dei ricorrenti, ma sono stati anche capaci di resuscitare i “morti”, cioè quei proprietari che già avevano accettato il prezzo di esproprio per i loro terreni e lo avevano già da decenni incassato e consumato.
Così facendo il Comune ha colpevolmente rinunciato alla copertura giuridica dei suoi interessi, cioè degli interessi della collettività, ed ha permesso ai privati l’assalto alla diligenza che hanno potuto reclamare milioni e milioni di euro per via giudiziaria, arbitrale o negoziale. Ovviamente in danno del Comune!

Perché, secondo lei, non si è ritenuto di riapprovare il Piano della 167?

Semplicemente perché si voleva sostituire il Piano Particolareggiato (intervento edilizio ad iniziativa pubblica) con i Piani di Lottizzazione (interventi edilizi ad iniziativa privata).
Perchè? Perché, in questa maniera, i privati avrebbero potuto disporre di aree che, nel frattempo con la tipizzazione ad aree P.E.E.P., erano diventate edificatorie (prima erano agricole e/o tipizzate C3) e avrebbero beneficiato di 10 miliardi circa di vecchie lire di plusvalore, cioè di quanto il Comune aveva speso negli anni per le infrastrutture di quelle aree (strade, fogne, acquedotti, rete gas, illuminazione e servizi in genere). Insomma era una bella torta da spartire, costruendo appartamenti a vendere a mercato libero in un momento in cui c’era grande richiesta, lì dove, in vigenza del Piano 167, si dovevano “accontentare” del prezzo di esproprio rapportato (prezzo di legge) più o meno al valore che quei terreni avevano vent’anni prima, quando erano ancora terreni agricoli o C3 (con un indice di fabbricabilità bassissimo) e quando non c’erano i servizi realizzati con i soldi pubblici. Si tenga presente che il valore dei terreni edificatori non è dato dalla quantità di patate che vi si possono produrre, ma dal numero di alloggi che vi si possono costruire (rapporto mc/mq): e nelle aree in questione, al momento dell’occupazione pubblica, quel rapporto era poco più di zero.
Gli amministratori dell’epoca decisero di non decidere perché volevano sedersi al tavolo della spartizione: piatto ricco, mi ci ficco! Alcuni erano consapevoli e complici del disegno sopra esposto, altri lo hanno assecondato per indolenza e negligenza e quelli in buona fede (c’erano anche loro) per assoluta insipienza e incompetenza amministrativa.
Lo schema era questo: le imprese amiche avrebbero rilevato le aree, pagandole ai proprietari come aree edificatorie (con qualche sconto politico …), le imprese le avrebbero lottizzate facendo alti profitti con la vendita degli appartamenti a prezzo di mercato e i tecnici legati alla greppia, che qualche volta erano anche amministratori, avrebbero lucrato sulle progettazioni delle lottizzazioni pilotate. E il tutto alla faccia di quei cittadini che speravano di comprare casa a prezzo agevolato, grazie all’intervento (e ai soldi) del Comune.
All’epoca c’era qualche amministratore che, così facendo, ha pensato di ingrassare l’impresa di famiglia, altri che pensavano di favorire imprese a loro vicine, altri ancora hanno accarezzato l’idea di portare clientela riconoscente negli gli studi tecnici di proprio riferimento.

E poi che cosa è successo?

Poi il resto del patatrac lo ha fatto l’Amministrazione Pistilli con la sua demagogia a tutto campo. Ma questa è un’altra storia … basta andarsi a leggere le carte per vedere come veniva tutelato l’interesse pubblico (sic!) … e c’erano le avvisaglie già prima che diventasse Sindaco … roba da ridere se non ci fosse da piangere! Venivano contestualmente perseguiti gli interessi dei proprietari, delle cooperative, delle imprese e dei tecnici sulla base dell’unico criterio secondo il quale “se mi sei amico e mi voti puoi avere quel che vuoi!”. Poco importava se a pagare era sempre il Comune, cioè la comunità acquavivese.
Indubbiamente quella schizofrenica attività amministrativa ha dato un inconsapevole contributo a rompere i giochi precedenti, ma ne ha riversato tutti i costi sulle casse comunali, aprendo definitivamente la strada alle richieste milionarie di risarcimento dei proprietari dei terreni ormai liberati da ogni vincolo di legge, nonché alle esose parcelle dei tecnici e dei legali delle parti.

All’O.d.G. del prossimo Consiglio comunale c’è ancora una volta la questione 167. Secondo Lei che cosa si vuole fare?

Si cerca di venire incontro, per quanto possibile, ai proprietari delle abitazioni costruite su quei terreni. Ma oggi, a causa delle inadempienze che ho già riferito, si è arrivati anche al paradosso che i proprietari di quei suoli denuncino il Comune perché non carica sui soci delle cooperative edilizie l’intero costo dei suoli.  E non è certo una tesi strampalata perché, in assenza del Piano di 167, è venuta a mancare la tutela di legge che essi avevano e, conseguentemente, sono state cancellate le agevolazioni alle quali avevano diritto.
Non so se tra quei cittadini ce ne sia anche qualcuno, come si dice in giro, che ha acquisito l’alloggio senza avere i requisiti di legge o avendone meno di altri, però è sicuramente vero che la stragrande maggioranza di essi ha potuto farsi una casa solo grazie alle agevolazioni di quel Piano che si è ritenuto di non riproporre dando, così, tanti incolpevoli concittadini in pasto ai “leoni”.

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!