L’Italia non è un Paese per donne

Marta Carelli

Qualche riflessione sulla violenza di genere a pochi giorni dall’aggressione subita, in pieno centro ad Acquaviva delle Fonti, da una donna, per mano del marito

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È ancora molto forte l’eco suscitata da un increscioso fatto di cronaca verificatosi la settimana scorsa, venerdì 28 settembre, ad Acquaviva delle Fonti e del quale la nostra testata aveva dato notizia. Una donna aveva subìto, in pieno centro, l’aggressione del marito, il quale aveva cercato di strangolarla davanti a molti presenti, rimasti impassibili ad assistere alla scena. Un solo passante era intervenuto in difesa della signora. Da vari mesi l’uomo pedinava la moglie, da quando la donna, maltrattata dal marito per l’ennesima volta, aveva chiesto la separazione.

Un ulteriore episodio che va a rimpolpare la triste e vergognosa casistica delle violenze perpetrate dal genere maschile su quello femminile. È emersa nel 2002 la notizia che la violenza maschile sulle donne costituisce nel mondo la prima causa di morte per le donne tra i 16 ed i 44 anni. Ogni giorno, in Europa, sette donne vengono uccise dai loro partner. E sono più che preoccupanti i dati relativi all’Italia: è di giugno 2012 il rapporto delle Nazioni Unite che lancia l’allarme sulla violenza di genere nel nostro Paese. Su invito del governo Monti, lo scorso gennaio la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla violenza di genere, Rashida Manjoo, ha visitato ufficialmente il nostro Paese, incontrando i rappresentanti delle istituzioni italiane, gli esponenti della fondazione Pangea e le associazioni della piattaforma CEDAW. Sulla base dei dati raccolti, ha stilato il Rapporto sulla violenza di genere in Italia, documento presentato a Ginevra il 25 giugno 2012, durante la ventesima sessione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il rapporto ha evidenziato che, nel solo anno 2011, le donne uccise in Italia sono state 127 (il 6,7% in più rispetto al 2010) e che in Italia la forma di violenza più diffusa, subita dalle donne, è quella domestica. Tra le mura domestiche del “bel paese”, si verifica infatti il 76% delle violenze, a opera di ex partner, mariti, compagni o persone conosciute e, stando all’Onu, tali violenze costituiscono la causa del 70% dei femminicidi. Ciò significa che, in Italia, nel 2011, ben sette femminicidi su dieci sono stati preceduti da vessazioni e violenze fisiche o psicologiche. Ancora più allarmanti sono i dati relativi al 2012: fino a giugno sono state 63 le donne uccise. In base ai dati raccolti nei centri di assistenza, il 34,5% delle donne ha segnalato di essere vittima di incidenti violenti. Tuttavia, soltanto il 18,2% delle vittime considera la violenza domestica un crimine, mentre per il 36% si tratta di un evento normale. Analogamente, stando al rapporto, solo il 26,5% delle donne considera lo stupro o il tentato stupro un crimine.

Andando oltre la devastante limpidezza delle statistiche, colpiscono le parole contenute nel rapporto stilato dalla relatrice delle Nazioni Unite, Rashida Manjoo: “Purtroppo, la maggioranza delle manifestazioni di violenza non è denunciata perché le vittime vivono in un contesto culturale maschilista, dove la violenza in casa non è sempre percepita come un crimine, dove le vittime sono economicamente dipendenti dai responsabili della violenza; e persiste la percezione che le risposte fornite dallo Stato non sono appropriate e di protezione. Inoltre il mio report sottolinea la questione della responsabilità dello Stato nella risposta data al contrasto della violenza, si analizza l’impunità e l’aspetto della violenza istituzionale in merito agli omicidi di donne causati da azioni o omissioni dello Stato”.

Due sono gli elementi lucidamente messi a fuoco in queste affermazioni: un problema di ordine socio-culturale e un problema di risposta istituzionale, di responsabilità dello Stato rispetto alla violenza di genere, evidentemente tra loro legati a doppio filo. Da un punto di vista legislativo, siamo ancora molto indietro in Italia, anche più indietro rispetto a paesi latino-americani in cui è notoriamente ancora molto forte la cultura patriarcale. Basti ricordare che, nonostante l’evidenza delle percentuali sulla violenza e sugli omicidi di genere, pressoché omogenee da Nord a Sud, nel nostro Paese non è ancora stato chiesto di introdurre il reato di femminicidio, come è invece accaduto in Messico e Guatemala. Il problema è, quindi, culturale e il fattore culturale incide sull’efficacia dell’azione istituzionale e sul persistere di un clima giustificatorio, di sostanziale impunità nei confronti della violenza di genere. D’altro canto, la spesso mancata applicazione delle leggi vigenti e una malintesa e superficiale concezione del garantismo, tradotto come impunità, alimenta l’accettazione socio-culturale e l’assuefazione alla violenza di genere, ormai percepita come dato ineludibile della nostra società. È un po’ come un cane che si morde la coda: le carenze socio-culturali e quelle legislative e istituzionali si alimentano e rafforzano a vicenda.

Ultimo aspetto da non trascurare è poi il ruolo di alcuni media, in particolare della televisione, a cui è ascrivibile una gran parte di responsabilità rispetto alla superficiale percezione della violenza di genere nell’opinione pubblica. Molti programmi televisivi vampiristicamente sviscerano per ore i particolari più truculenti dei femminicidi, trattandoli come dei gialli dei quali lo spettatore, dopo essere stato doverosamente messo al corrente di tutti gli indizi, è invitato, novello Sherlock Holmes, a trovare la soluzione. Tutto ciò ovviamente sposta l’attenzione dal centro del problema, che sono le donne e la violenza che su di loro viene impunemente esercitata, a un esercizio a metà tra la peggiore giallistica e la peggiore cronaca nera.

Alla luce di tutto ciò, non stupisce poi tanto, purtroppo, la reazione pressoché nulla dei passanti di fronte a un maschio violento che, in pieno centro, tenta di strangolare la moglie. Uno dei tanti colpi di coda di una cultura patriarcale in agonia, ma che, proprio perché agonizzante, manifesta ancora più violentemente e sfacciatamente il proprio volto osceno e brutale.

Marta Carelli

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Commenti

  • lia luise (utente non verificato)

    articolo ricco di informazioni e di dati, frutto di una ricerca seria. Complimenti per la completezza e la correttissima articolazione.

  • Saverio Francesco Iacobellis (utente non verificato)

    Ottimo articolo: bisogna sempre dire NO alla violenza. “Un solo passante era intervenuto in difesa della signora”: i restanti non penso fossero maschilisti, ma semplici indifferenti… In una società individualista e rassegnata ad una solitudine invisibile che colpisce tutti i moderni: fra donne e uomini. Evidenzio, però, la seguente espressione della Carelli: “Nel nostro Paese non è ancora stato chiesto di introdurre il reato di femminicidio, come è invece accaduto in Messico e Guatemala.” Poi, ne segue un’altra: “Molti programmi televisivi vampiristicamente sviscerano per ore i particolari più truculenti dei femminicidi”… Non sono d’accordo: la legge contro la violenza avversa alle persone, sia essa fisica o psichica, tutela ogni possibile vittima e prescindendo dal sesso e dall’orientamento sessuale. Quanto alla violenza promossa dai media: essa colpisce chiunque e non si limita al femminilicidio. Tale violenza è frutto del mercato dell’intrattenimento: servirà “consumo” critico.

  • Saverio Francesco Iacobellis (utente non verificato)

    Ribadisco che l’articolo è ottimo. Alcune verità che emergono restano comunque insindacabili. Ma credo che la nostra Italia non sia un paese per giovani… I suoi giovani la riprendano. Lungo il cammino.

  • CAFFE’BARLETTA CLIENTE (utente non verificato)

    L’ARTICOLO RICCHISSIMO COMPLIMENTI…MA NON FARE ESMPIO SULL’ACCADUTO (AGEDISCE LA MOGLIE INCENTO PAESE) CHE BUFALATA ERAVAMO IN TANTI A VEDERLO…………..CAMBI ESMPIOA