Gelaterie sconsacrate. Intervista ai Virginiana Miller

Il gruppo ha fatto tappa sabato sera all'Oasi San Martino.
In occasione della ristampa del loro esordio discografico del ’97, Gelaterie Sconsacrate, hanno fatto tappa all’Oasi San Martino di Acquaviva i Virginiana Miller, gruppo livornese dalla cifra stilistica inconfondibile, dai testi mai banali e da un grande impatto live. Abbiamo incontrato Simone Lenzi, cantante e autore delle liriche.
Finalmente vede la luce la ristampa di Gelaterie Sconsacrate, il vostro esordio discografico, a 15 anni dalla prima pubblicazione.
Avevamo visto che il disco era praticamente introvabile, c’era addirittura chi lo vendeva su Ebay a 60 euro… Siamo finalmente riusciti a comprare il master e a ristamparlo. Abbiamo cambiato la copertina, che non ci piaceva, approfittando della nevicata di Livorno, usando quest’immagine invernale per contrasto con l’umore generale del disco.
Che lavoro è stato fatto per questa ristampa? Cambiereste qualcosa, col senno di poi?
Abbiamo semplicemente rimasterizzato il disco. C’è una bonus track, You & Me Inc.; certo che se dovessimo registrarlo nuovamente cambieremmo molto. Anche la strumentazione era approssimativa; però era giusto riproporre quello che eravamo, e nel disco ci sono tante canzoni che nel loro piccolo hanno avuto una certa influenza sulla scena musicale che si è sviluppata dopo.
Il disco ritrae un’immaginario da provincia sperduta e decadente. Era semplicemente la cronaca di quello che vivevate o una scelta più ponderata?
Se vuoi scrivere qualcosa di autentico devi scrivere di quello che conosci. Quella era una provincia un po’ staccata da tutto, ma ciò riguardava (e riguarda) non solo Livorno ma tutta l’Italia. Non siamo un paese di grandi metropoli. Anche a Roma si fa vita di quartiere, e Milano rispetto alle altre metropoli europee rimane una piccola città. Quindi credo che quella della provincia sia la dimensione italiana per eccellenza.
Nei vostri testi avete affrontato argomenti molto eterogenei, dalle vacanze di Hitler ai social network, da citazioni di Lacan ai videogiochi. Come si riesce a sintetizzare questa varietà tematica in una poetica riconoscibile?
Quella di non fossilizzarci su pochi argomenti fu una decisione già riconoscibile nella scelta del nome; scegliemmo di chiamarci come una pianta, un nome abbastanza neutro, per poter parlare di tutto quello che ci pareva. Inoltre non siamo un gruppo di un genere ben definibile; credo che nelle canzoni si possa parlare più o meno di tutto.
Quali sono le vostre influenze dal punto di vista strettamente musicale?
Quando abbiamo iniziato a suonare ascoltavamo molto gli Smith, i Cure, i Joy Division, poi negli anni ’90 i Nirvana, i Blur, i Radiohead. Forse però essendo musicisti l’ascolto è molto cambiato: rimpiango l’ascolto molto ingenuo dei miei 15 anni, il mistero che circondava la realizzazione di un disco. Ora quando ascolto musica mi chiedo che rullante abbiano usato, che tecniche di ripresa abbiano impiegato… L’ascolto diventa più scafato e magari teso a captare qualche soluzione da poter riutilizzare.
A proposito di modi di ascoltare la musica: da Gelaterie Sconsacrate ad oggi grazie al peer2peer e a internet il mondo discografico è cambiato moltissimo. Voi come avete vissuto questi cambiamenti?
Noi fin’ora siamo stati un gruppo indie, dietro il quale c’erano piccole produzioni. Questo ci accomuna a moltissimi gruppi, ma non abbiamo mai fatto davvero parte di una “scena indie” forse anche per motivi geografici; abitando a Livorno probabilmente abbiamo vissuto questi cambiamenti “dalla periferia”. Quello che noto è che c’è una capacità produttiva molto cresciuta e c’è tanta gente in grado di lavorare in maniera molto professionale, forse però c’è il rischio che ci sia una sovraproduzione di musica, che l’offerta saturi la domanda.
Recentemente hai esordito come romanziere con La Generazione (Dalai editore) da cui Paolo Virzì ha tratto il suo film in uscita, Tutti I Santi Giorni. Hai sempre avuto l’aspirazione di dedicarti alla narrativa?
Sì, aveva già provato tre o quattro volte a scrivere un romanzo, ma arrivato a metà e rileggendo mi rendevo conto che c’era molta “contemplazione dell’ombelico”, molto narcisismo e poca sostanza. Alla fine quando ho incontrato questa storia ho pensato che potesse essere come un luogo d’incontro anche per altri, che si ponesse delle domande che anche gli altri si pongono, quindi ho deciso di andare fino in fondo e di portarlo a termine e di cercare un editore.
C’è molta differenza tra scrivere il testo di una canzone e un’opera di narrativa?
Credo siano due attività abbastanza affini; alla fine si tratta semplicemente di lavorare con le parole. Io nella vita non so fare altro perciò questo faccio, in un modo o in un altro. Sono due realizzazioni differenti di un’attitudine che rimane la stessa.





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