Accadde in Acquaviva nel 1848

Nunzio Mastrorocco

Prosegue la rubrica a cura di Nunzio Mastrorocco

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Prosegue la rubrica, a cura dello studioso e appassionato della materia Nunzio Mastrorocco – che ringraziamo per aver risposto alla nostra richiesta di collaborazione, facendoci omaggio del suo prezioso contributo – dedicata all’approfondimento della storia di Acquaviva delle Fonti. La struttura della rubrica – che ha cadenza settimanale – prevede rapidi “salti” nel passato. Le date prese in esame coincideranno con il periodo di pubblicazione dei singoli articoli. La selezione degli argomenti, per esigenze di spazio, non ha la pretesa di fornire un compendio esaustivo dei periodi considerati. Per ulteriori approfondimenti, pertanto, si rimanda il lettore al link – in calce a questo articolo – del sito del curatore della rubrica.
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                                       …accadde in Acquaviva il 2 aprile del 1848 …

A cura di Nunzio Mastrorocco
 

1848 – I liberali palermitani, cogliendo l’occasione delle riforme attuate negli altri Stati italiani, insorgono contro il malgoverno borbonico. Di fronte all’estendersi dell’insurrezione e non potendo contare sull’aiuto dell’Austria poiché il Papa ha vietato l’attraversamento dei propri territori, Ferdinando II si vede costretto a cedere agli insorti e a promulgare una costituzione ispirata a quella francese del 1830.
Ad Acquaviva la notizia viene accolta con una grande festa: l’intera cittadinanza, senza distinzione di ceti, preceduta dall’Arciprete Giovanni Domenico Falconi e dal Sindaco Rossi, si raccoglie in piazza inneggiando alla grande notizia. Il popolo sembra interpretare la concessione della Costituzione come l’abolizione di qualsiasi legge e ordinamento e ciò determina giorni di tensione che sfocia quasi nella illegalità allorquando Monsignor Falconi arringa la popolazione in senso liberale. La popolazione supportata dall’Amministrazione comunale e dal Capitolo ritiene giunto il momento di rivendicare l’indipendenza della Chiesa acquavivese perduta nel 1818 e, così la notte del 2 aprile, a furor di popolo, un Falconi “incadaverito” per la paura e la preoccupazione viene investito quale prelato “nullius” ricevendo dal popolo la mitra e la croce di vescovo. Proletari e disoccupati armati di scuri, zappe e forconi, approfittando del caos venutosi a creare in città chiedono l’attribuzione delle terre demaniali e tentano di occupare le terre del bosco di Santacroce, appartenenti ad un convento di monache, e solo l’azione pacificatrice del Sindaco riesce a calmare gli animi. Del resto il malcontento serpeggia anche tra i “galantuomini” borghesi (possidenti, commercianti, piccoli imprenditori, professionisti). La quasi totalità di essi è, infatti, ostile al governo dispotico e reazionario; capo storico è Giulio Jacobellis, animatore, con il Pepe e il Supriani, dei moti rivoluzionari del 1799 e fondatore della ‘vendita carbonara acquavivese’. Ad affiancarlo c’è una sorta di triumvirato composto da Francesco Raffaele Curzio, Giulio Cesare Luciani e Francesco Cirielli che con “lunga barba a ciuffo di caprone” capeggiano sommosse rivoluzionarie inneggiano all’Italia unita. In questo clima sovversivo ed anarchico (alcuni “galantuomini” arrivano a minacciare di morte un commissario dell’Intendenza inviato da Bari per la riscossione di un grosso arretrato di fondiaria) si svolgono le operazioni elettorali per la nomina dei deputati al neonato parlamento.
Intanto una lettera sottoscritta da 875 cittadini acquavivesi viene inviata alla Curia di Bari per rivendicare l’indipendenza della Chiesa e legittimare gli avvenimenti del 2 aprile (10 aprile). Una delegazione di cittadini acquavivesi guidati da Felice della Torre, capitano dell’esercito reale ben addentrato nelle stanze reali della capitale, viene inviata a Napoli  per sollecitare il Sovrano affinché chieda  al Papa l’emanazione di una bolla che ripristini  la Chiesa arcipretale di Acquaviva nella condizione di “Nullius” togliendola dalla giurisdizione della Curia barese. Tale missione sembra avere successo visto che il Papa Pio IX con la Bolla “Si aliquando” legittima le pretese di Acquaviva riunendo sotto un solo prelato “Nullius” le due Chiese arcipretali di Acquaviva e di Altamura, esentandole dalla giurisdizione di ogni ordinario vescovile, e riconoscendo al Re il diritto di nomina e collazione.
La situazione politica del regno cambia presto allorché i vecchi proprietari terrieri, dinanzi al pericolo di vedere limitata la propria egemonia di classe, richiedono, con un brusco voltafaccia, l’intervento delle truppe borboniche. Il Re, ormai in aperto contrasto col neo eletto parlamento lo scioglie e forma un nuovo ministero composto esclusivamente da elementi conservatori.

Riferimenti sito-bibliografici:
http://www.acquavivafontiba.altervista.org/

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