Tanto va la gatta al lardo

Ne avevamo parlato quasi un anno fa (http://www.acquavivalive.it/news/Attualit%C3%A0/3355/news.aspx#main=articolo). Ci avevano tacciato di essere “detrattori”, “giornalai”, “stampa faziosa”, “nemici di Acquaviva”. Una volta bollatici come tali, hanno proseguito indiscriminatamente con tali appellativi. Abbiamo sempre detto che “il tempo è galantuomo” e oggi ne abbiamo l’ennesima riprova. Sarebbe troppo facile parlare della Sentenza emessa dal TAR di Puglia lo scorso 16 novembre e depositata solo il 20 marzo (perché questo ritardo? E perché nel palazzo municipale nessuno ne sapeva niente? L’avvocato, che a noi risulta essere stato presente al momento della pronuncia, non ha anticipato nulla alla classe politica acquavivese?). Sarebbe riduttivo ridurci a sparare a zero. Tutto ciò lo lasciamo al gioco delle parti. A noi importa ribadire la nostra incondizionata indipendenza. Abbiamo potuto appoggiare (e continueremo a farlo) l’uno o l’altro schieramento a seconda che si schierino sulle nostre posizioni, ma mai noi su quelle loro e tantomeno a scatola chiusa.
L’argomento su cui vogliamo riflettere oggi è un altro. Si è consumato lo scorso giovedì l’ennesimo spettacolo da taverna e da bordello del consiglio comunale (il verbo scelto unitamente all’uso delle minuscole non sono casuali). L’Assise si è aperta con un tardivo ma doveroso minuto di silenzio, quale unico gesto di commemorazione nei confronti delle vittime delle foibe (il cui ricordo la legge affida al 10 febbraio anche se in quell’occasione l’unico silenzio è stato, per il secondo anno di fila, quello degli Amministratori); silenzio per altro non da tutti onorato (e ci riferiamo anche al pubblico presente in Aula). Speriamo di non assistere più a tali degradanti e vergognosi spettacoli.
Al termine di questa fase sono partite vere e proprie gare di celodurismo e sguaiatezza in stile Bossi. Urla, volti paonazzi e prese di posizione degne delle storiche prestazioni del leader del Carroccio. Dimenticando in tutto ciò un paio di regole basilari, necessarie per quello che dovrebbe essere il decoro dell’istituzione assembleare: la prima insegna che si parla solo nel momento in cui il Presidente concede la parola; la seconda stabilisce che gli argomenti dei quali parlare (e quelli di cui non farlo) non sono imponibili da chi presiede, ma devono essere democraticamente votati dall’intera Assise. Repetita iuvant.
Sul finire della seduta di Consiglio abbiamo anche assistito al dibattito inerente l’agognato “Museo della città”. Dopo l’esposizione avvenuta ad opera dell’Assessore al ramo, ci è parso di tornare indietro nel tempo. Ci sembrava di essere in una classe di scuola elementare. Qualcuno ha infatti denunciato in Assise che la bozza di regolamento, da sottoporre all’approvazione dello stesso Consiglio, era stata copiata, un po’ come farebbe l’alunno spione dalla maestra. Certamente chi di competenza si sarebbe potuto sforzare nel personalizzare il regolamento standard che il Ministero suggerisce (e non impone), però abbiamo trovato infantile nonché pretestuoso l’atteggiamento di chi ha portato sotto l’attenzione dell’Assemblea tale aspetto.
Chi invece è parso in forte contrasto con i comportamenti ai limiti della maleducazione portati avanti da qualcuno, è stato il Consigliere Carucci. Garbato e composto come pochi, il professore si è persino scusato se nella bozza di statuto che di sua libera iniziativa aveva provato a predisporre (senza copiarla) era riuscito ad elaborare solamente i primi cinque articoli. Davvero uno dei pochi a mantenere il decoro e l’eleganza degni del contesto. Tutt’alto livello rispetto alla solita inutile corsa alla medaglia sul concepimento dell’idea museale che di lì a poco si è verificata tra altri Consiglieri. Non è così che si guadagna il consenso popolare.
Nell’ambito della stessa discussione abbiamo avuto modo di ascoltare il parere di rappresentanti cittadini, esponenti del Partito Democratico, che poco si esprimono solitamente in Assise. E il perché di questa predilezione verso il silenzio è stato presto svelato. Il PD acquavivese è un “partito” dimora di contraddizioni, ostacoli e invidie. Le faide interne sembrano essere all’ordine del giorno. Sarebbe solo uno spreco di tempo e fatica (tanto per noi che scriviamo, quanto per il lettore) descrivere l’ennesima riprova emblematica di ciò. Confidiamo solo nel commissario Antonacci perché possa riprendere in pugno la situazione oramai intollerabile. “Sono senza vergogna” avrebbe detto qualcuno allontanandosi disgustato dall’Aula.
Chiudiamo con una constatazione che unanimemente è stata condivisa dai membri del Consiglio. Se da un lato va reso merito all’Assessore e alla Commissione per il raggiungimento del risultato (azzardando fiducia nel fatto che mentre scriviamo la documentazione venga consegnata nei tempi utili), dall’altro è il caso di sottolineare che forse alcune questioni andrebbero affrontate non sull’orlo della relativa scadenza, ma con maggiori calma e approfondimento. Non è la prima volta che ciò si verifica, ma speriamo sia l’ultima. “Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”.
Francesco Lopuzzo





Commenti
A proposito di adempimenti vari, se non sbaglio nei giorni scorsi si doveva dare corso alla gara per Scappagrano. Che fine ha fatto ?