Giuseppe Tribuzio, cultore di una conoscenza senza “padroni”

“Estendere gli orizzonti significa salvare noi stessi e il nostro Paese”
Sociologo, professore universitario nonché autore di ben tre libri, il nostro concittadino Giuseppe Tribuzio, opera da più di vent’anni al servizio della cultura territoriale e non solo.
Il prof. Tribuzio conferma la tesi “nessuno è profeta in patria”.
Il suo riconoscimento infatti, se pure non indifferente nel nostro territorio, è di gran lunga maggiore al di fuori di questo.
Noi di AcquavivaLive, propensi alla divulgazione culturale oltre che informativa, abbiamo chiesto al Professore di parlarci della sua passione.
Riportiamo di seguito l’intervista che ci è stata concessa.
Scrittore per professione o per passione?
Io come sociologo sono anche “costretto” a scrivere. Se facessi degli studi sociali senza poi però far conoscere alla gente i risultati, il mio lavoro non potrebbe dirsi completo.
In veste di mediatore culturale, dunque, è quasi un dovere comunicare. Infondo, il compito del ricercatore è anche quello di scatenare una serie di riflessioni, di dibattiti sulle questioni studiate ecc.
Da quanti anni è sociologo? Quando ha pubblicato invece il suo primo libro?
Sono sociologo da più di 20 anni.
Il mio primo libro, intotolato Le sfide dell’Asia, risale al 2003 ed è il riassunto di un’osservazione che forse ha anticipato i tempi. In questo libro vengono trattati appunto i modelli educativi asiatici. Al tempo, nessuno ancora pensava che la Cina e l’India per esempio sarebbero diventate quelle che ora sono; e tutto il mondo asiatico veniva un po’ “snobbato”. La differenza è che in Oriente prevale innanzitutto una consapevolezza dei doveri prima ancora dei diritti seguendo la cultura Confuciana; in Occidente avviene invece praticamente l’opposto ed è forse anche questa una delle cause dell’attuale situazione economica in cui veste il nostro paese.
L’esempio classico è il padre di Leonardo che pagava il bottegaio affinchè il figlio imparasse. L’oriente sotto questo punto di vista è rimasto legato a quei tempi. Io, partendo da questi presupposti, sono convinto che la crisi attuale potrebbe essere risolta cominciando a rispolverare i classici.
Questo libro, le sfide dell’Asia, pubblicato da un editore di Rimini, è stato premiato con il titolo “pennino d’oro”.
E’ un premio nazionale di pedagogia che per la prima volta è stato vinto da un sociologo, il sottoscritto, e non da pedagogisti.
Dopo questo primo libro, ne ho pubblicati altri due: L’educazione che non c’è e In nome del padre.
Quale riscontro hanno avuto i suoi libri?
Una grande soddisfazione è stata appunto quella regalatami dal premio “pennino d’oro”. Arrivare di pari merito con grandi professori della Sapienza non è per me una cosa da poco.
Questa esperienza mi ha fatto capire che quando si ha un’idea bisogna lanciarsi e tanto più sarà il rischio di fallimento, tanto maggiore sarà la soddisfazione in caso di riuscita. Le mie, comunque, non erano grandi aspettative soprattutto se si parla economicamente, consapevole che i miei non sono libri che vendono milioni di copie, sono piuttosto testi di studio e quindi l’unica speranza iniziale è che questi siano poi apprezzati dai lettori e dagli studenti universitari.
Ha altri progetti futuri editoriali?
Ho vari progetti editoriali e penso di non occuparmi più solo dell’ambito dell’educazione ma di spaziare.
Uno fra i progetti è già in cantiere; riguarda una riflessione sul mondo religioso asiatico e in modo particolare sul buddismo giapponese. Un modo nuovo di vedere la religiosità, di uscire dagli schemi del cattolicesimo, nonché di aprirsi a nuovi orizzonti. La domanda è: “che ruolo può avere una fede buddista in una società compressa come la nostra?”. Cosa farebbe un economista buddista per risolvere la questione disoccupazione e crisi generale?
L’ economista premio Nobel del ’98 è indiano, e lui alla base della sua teoria economica ha messo i valori umani del rispetto e della reciprocità, non le formule matematiche. Dovremmo prendere esempio da questo, anche perché “quando in Oriente era già mezzogiorno, in Occidente cominciava a brillare l’alba”.
Dunque, io vedo come un obbligo morale quello di promuovere nella società una diversità che potrebbe portarci dei vantaggi.
Giuliano Pallotta





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