Odio Springsteen e gli U2

Mimmo Ferrante

Intervista a Federico Fiumani

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Per la seconda volta Acquaviva ha accolto, sul palco dell’Oasi San Martino, i Diaframma, gruppo cardine del rock italiano sin dai primi anni ’80. Guidati attraverso tre decenni e vari cambi di formazione dal cantante, chitarrista e autore Federico Fiumani, continuano a calcare i palchi italiani seguiti da un pubblico fedelissimo e sempre entusiasta. Motivo di ciò le canzoni, dalle minimali e claustrofobiche poesie new wave di Siberia (1984) a pezzi che hanno valso al Fiumani l’appellativo di “cantautore punk”.

Federico, dopo un anno di nuovo qui all’Oasi San Martino, ma ultimamente stai tornando spesso in Puglia…
…mi sembra la regione più propositiva d’Italia, quella che sta in miglior salute dal punto di vista musicale. Anche per la qualità dei gruppi, dato che, oltre i Baustelle, tra i miei preferiti ci sono Il Genio e i Superpartner, che sono leccesi. La musica pugliese mi piace molto, magari non quella caratteristica.
E poi, vabbè, è la terra delle donne, strepitosamente belle, della salute. Ripeto, mi sembra una ragione in buona salute, a differenza di tante altre.

Hai iniziato a fare musica negli anni ’80. Come ti sembra la scena musicale italiana oggi, che idea ti sei fatto, anche rispetto agli inizi della tua carriera?
Io vengo da un’altra epoca e resto affezionato alla musica che ho amato in gioventù. Vengo dal post punk e dalla new wave, che sono i miei generi preferiti, quelli che poi mi hanno spinto a suonare, e resto affezionato a quei generi, ma come erano fatti in quel periodo, avevano una credibilità maggiore. C’è stata negli ultimi tempi una grossa riscoperta di degli anni ’80, di questi suoni, penso a gruppi come i The National o i White Lies, o gli Interpol ma sono meglio gli originali, hanno un altro fascino.

Ci avresti mai giurato di riuscire a tenere la scena per cosi tanto tempo?
No, assolutamente no, non ci avrei mai pensato. Il nostro fine era quello di riuscire a fare un album e lasciare una traccia di sé, ed eravamo già contenti.

I diaframma nel corso di questi anni hanno avuto molte evoluzioni, sia dal punto di vista dei componenti del gruppo, che musicale. Come spieghi questa evoluzione?
Diciamo che ci sono state due fasi. La prima con Miro sassolini alla voce, chiusa nel 1988, dove eravamo influenzati dalla new wave, poi questa è decaduta, passata di moda, come tutti i generi musicali. Così decidemmo di dividerci con Miro, pensando ad un avventura bella, ma finita, ma la voglia di suonare c’era sempre. Allora decisi di fare un nuovo tentativo con me alla voce, e nacque l’EP che si chiamava “Gennaio”, che andò molto bene e suscito l’interesse della Ricordi, una grossa etichetta, con cui feci due dischi. Poi sono tornato nell’underground, come cantante, e la cosa si è stabilizzata. E poi c’è stato un buon ritorno di popolarità dal 2000 in poi.

Ai tempi della Ricordi, nel 1991, ti sei rifiutato di andare a San Remo. Quasi una dichiarazione d’amore verso le cose che facevi…
… con la Ricordi feci “In perfetta solitudine”, che non andò bene secondo i loro parametri. Grosso modo vendevo sempre le stesse copie, 5-6mila, che per me era normale, per loro era molto poco. Mi dissero “il prossimo disco sarà commerciale e te vai a San Remo, perchè devi arrivare a vendere una cifra per noi significativa”. La Ricordi era di estrazione molto sanremese. Io feci un po’ dei tentativi, ma loro volevano che facessi musica commerciale, alla Masini, Vallesi, e non ne volli sapere. Poi c’erano brutti personaggi che gravitavano attorno al giro di San Remo, della Ricordi, e io mi stufai. E allora tornai nel mercato indipendente, ma senza nessun rimpianto, sono contento che le cose siano andate così. Per fare musica bisogna soprattutto divertirsi, poi se fai i soldi tanto meglio, ma devi fare quello che credi.

Proprio con “In perfetta solitudine” nel ’90 passi tu alla voce. Che cambiamenti ci sono stati nel modo di fare musica?
Se canti, la chitarra ti serve più che altro per accompagnarti. Prima cantava Miro e la chitarra era piu wave, potevo dedicarmi più alla chitarra. Ora la chitarra ha una funzione essenzialmente ritmica, ma mi piace più così, siamo tornati alle origini, punk, post punk, uno stile molto diretto, molto immediato, mi sembra una nostra caratteristica.

Ti piace definirti un cantautore punk. Non hai mai pensato di fare un album in studio in questa veste?
L’ho fatto, con “Donne mie”, nel 2007…

… magari meno improntato sul discorso basso-chitarra-batteria, ma più variegato negli strumenti…
Ognuno deve fare quello che gli è congeniale. Io sono un po’ vecchio stile, non uso macchine, aggeggi elettronici, tecnologici, è il mio modo di fare musica, mi piace così.

Parliamo dei tuoi testi. Anche in questi c’è stata una evoluzione. Questo cambiamento a cosa è dovuto? È una necessità tua di “cantautore punk”, oppure è stata naturale conseguenza di una certa evoluzione musicale?
Intanto crescendo, vivendo, si cambia. A 22 anni sei in un modo, a 50 in un altro. Ora mi interessano di più altre cose. Io, probabilmente, le cose migliori le ho scritte negli anni ’80, a livello di poetica sicuramente, come “Siberia” o “Tre volte lacrime”, ma non mi interessa più di tanto, è inutile scimmiottare quello che sei stato. Ora scrivo in modo diverso, e mi va bene così.

E queste tematiche ricorrenti, le donne, il sesso, cantato anche in maniera abbastanza esplicita. Perchè?
Perchè non c’è niente di meglio probabilmente da cantare. Perchè mi sembrano le cose migliori che esistano al mondo, il sesso e le donne.

Nella tua lunga carriera hai conosciuto diverse stagioni dal punto di vista discografico, dalla Ricordi, che non ti ha lasciato un buon ricordo, all’I.R.A., per arrivare all’autoproduzione. In quale contesto ti sei trovato meglio?
L’I.R.A. agli inizi andava molto bene, era molto forte come etichetta. C’eravamo noi e i Litfiba, i gruppi più in voga dell’epoca. Sono stato molto bene all’inizio, dopo ci sono stati un po’ di scazzi, di problemi, con Alberto Pirelli, il boss, che aveva un caratteraccio, come me del resto, quindi ci siamo scontrati tantissimo. Ma complessivamente mi ha portato una buona fortuna, perchè gli anni ’80 sono stati importanti per noi, mi danno da vivere un po’ anche tutt’ora, l’eco è sempre vivo.
Ora autoproduco e collaboro con la Self, che è una forte distribuzione indipendente. Mi trovo bene, faccio dischi in libertà, siamo liberi, c’è una buona distribuzione, i dischi si trovano nei negozi. Ci lavoro oramai da dodici anni, e io ho cominciato a vivere di musica proprio in questi ultimi dodici anni, mentre prima non ce la facevo, c’era povertà assoluta.

Affrontiamo un altro aspetto, quello del rapporto con il pubblico. Tu hai un rapporto abbastanza stretto, c’è gente che è disposta a macinare molti chilometri per venire a vedere una tua serata. Nel corso dei tuoi trent’anni di carriera com’è cambiato il rapporto con il tuo pubblico?
È sempre molto stretto e molto intenso. Io non ho mai avuto tantissimi fans, ma quelli che ho avuto sono molto affezionati, e anche io a loro. Pensa che negli anni ’90 avevo fondato la mia etichetta, la Diaframma Records, e vendevo i dischi per corrispondenza, facendo io personalmente i pacchi con mia madre. Ho sempre privilegiato un rapporto stretto con i miei fans, tanto che molti di loro sono anche i miei migliori amici. C’è tanta gente che mi ha voluto bene, a cui ho voluto bene, e che mi ha riempito la vita, in positivo, mi ha dato tutto quello che ho.
Sicuramente con l’età un po’ è cambiato, ora ci sono nuovi fans, che hanno 18-20 anni, che mi danno del lei, potrei essere loro padre!, prima avevo la stessa età dei miei fan e il rapporto era necessariamente diverso, ma sono comunque contento, perchè abbiamo un buon pubblico molto affezionato. Io faccio musica per divertirmi e coinvolgere la gente, se fai questo mestiere un po’ di successo lo devi avere, piccolo o grande che sia, senza pubblico la musica rimane lettera morta, non comunichi niente.

Parliamo del Fiumani poeta. Quale rapporto c’è per te tra poesie e canzoni?
Nelle poesie mi reputo molto più libero, posso scrivere quello che voglio, perchè il verso libero te lo permette, ti lasci andare di più. Il testo di una canzone ti costringe entro certi ambiti definiti, hai una strofa, un ritornello, una metrica da seguire. E poi il testo della canzone te lo suggerisce la canzone stessa, l’emozione che ti da la musica ti fa venire in mente una frase, e da quella ci lavori e nasce il testo.

Adesso hai raccolto le poesie nel libro “Odio Springsteen e gli U2”. Ce ne parli?
Certo, sono tutte le poesie che ho scritto dal 1983 al 2011. Negli anni ’80 c’era una diffusione molto carbonara, le inviavo solo per corrispondenza. Poi su internet le trovavo battute male, allora ci tenevo a dare loro una veste, diciamo, ufficiale. Poi un titolo andava messo, e ho messo questo, non aveva grande importanza. Anche per uscire da un clima di seriosità in cui la poesia è costretta. Allora ho messo un titolo un po’ così, come si dice a Firenze, alla “cazzo di cane”.

Sempre per rimanere in tema, tu sei un grande estimatore di Cesare Prandelli. Ti piace la sua nuova Italia?
Prandelli, come ho detto nel mio libro, mi sembra l’unico allenatore che esprime felicità nel gioco della squadra. Lo preferirei più in una squadra di club che in nazionale, cosi lo potrei vedere ogni domenica! La nazionale è un po’ eterea, la vedi ogni tanto. Comunque è un grande tecnico.

Per finire, nuovi dischi in programma?
Entriamo in studio il 22 settembre con una quindicina di pezzi, e penso si uscirà a dicembre, massimo gennaio. Qualcosa ve la facciamo sentire stasera in anteprima.

 

Mimmo Ferrante

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Commenti

  • mirkol78 (utente non verificato)

    Ma chi è questo? ahahahahah Continua a suonare all’oasi… mentre Springsteen e gli U2 suonano in tutto il mondo!!! ahahahahahah

  • digio (utente non verificato)

    mirkol78 il tuo è veramente un commento desolante da ogni punto di vista

  • mirkol78 (utente non verificato)

    E’ desolante che per attirare l’attenzione su un libro si usino i nomi di altri GRANDI Artisti se è vero che il titolo non ha attinenza con i contenuti ma è casuale… se invece lo “scrittore” nel libro afferma quanto annunciato nel titolo… il mio commento lo straripeto…continua pure a suonare all’oasi… che i Grandi Artisti vanno a suonare negli stadi con migliaia di persone al seguito! Springsteen scrive testi e canzoni che sono passate alla storia e che i signore intervistato qui neppure ha mai sentito, perchè se avesse ascoltato alcuni brani del Boss non parlerebbe in questo modo (visto il periodo consiglio il CD “The Rising” con canzoni dedicate all’11 settembre, ovviamente dando peso ai testi prima ancora che alle musiche).