Leonardo Ascatigno: campione sulla pista e in cattedra

Intervista al professore universitario, neo vincitore del campionato Csai 7^ Zona di Kart
Acquaviva delle Fonti è un paese ricco di talenti, molti dei quali purtroppo emigrati lontano. Ma qualcuno rimane, come il Prof. Leonardo Ascatigno, acquavivese classe 1977. Una personalità davvero esplosiva e ricca di talenti, anche se forse non ancora conosciuta e soprattutto valorizzata come meriterebbe. Noi di Acquavivalive cercheremo di colmare questo gap, facendolo conoscere meglio ai nostri lettori.
Iniziamo dalle presentazioni. Chi è Leonardo Ascatigno?
È un po’ difficile definirmi, perché faccio molte cose diverse, diciamo che sono dai gusti culturali molto eclettici e variegati.
Insegno storia, ho studiato per anni paranormale e la storia delle tradizioni popolari, sono stato nuotatore a livello agonistico e tuttora sono impegnato in questo ambito a livello nazionale ma con altri incarichi. Ho una discreta attività come conferenziere, strimpello la chitarra, adoro leggere e, per entrare in medias res nel motivo di questa intervista, da molti anni sono pilota di go-kart.
Il kart non solo è la disciplina di partenza dell’automobilismo, ma per qualcuno quella di arrivo, considerando il professionismo che c’è in questo sport. Inoltre consideriamo che tutti i piloti di Formula 1, e non solo, per allenarsi corrono in kart, magistero che anche per loro ha rappresentato il viatico per il professionismo. A prova di ciò quest’anno mi è capitato di fare una gara con parecchi di loro.
Mi piace ricordare, tra i piloti che sono tornati a correre in kart dopo l’esperienza nel mondo delle auto il gioiese, che ho la fortuna di avere come compagno di team, Francesco Ivone, uno dei più grandi talenti dell’automobilismo italiano, che per motivi seri è tornato, non potendo proseguire la scalata verso la Formula 1, al kart continuando a far brillare la propria stella nel firmamento dei piloti più forti del mondo.
Ti stiamo intervistando oggi perché hai raggiunto un grande risultato. Ci puoi dire quale?
Domenica 29 maggio, nella gara di Martina Franca tenutasi presso il Kartodromo Touch & Go (pista di casa per me), sono diventato campione Csai 7^ Zona, un campionato interregionale che interessa il Sud Italia, nella categoria monomarca Rotax DD2 (risultato ottenuto nonostante che Leonardo sia da tempo infortunato al piede e abbia dovuto sottoporsi recentemente a un intervento chirurgico, ndr) e grazie a questo risultato (dove ho vinto sia la prefinale che la finale dopo aver siglato la pole position) mi sono portato nuovamente in testa al campionato italiano.
Se non erro, però, non hai corso solo in kart, ma anche in altre categorie, giusto?
Sì, ho delle piccole esperienze anche in auto, ma quell’impegno è ormai ridimensionato, perché le gare di kart si susseguono quasi ogni domenica con un ritmo, e un impegno, che non lascia spazio ad altre attività. Il mondo delle auto comunque continuo a frequentarlo in quanto, sovente, conduco dei collaudi per diverse case automobilistiche.
Com’è nata la tua passione verso l’automobilismo? Vedevi da piccolo cartoni animati come “Superauto Mach 5” e “Grand Prix il supercampionissimo”, ti è stata instillata dalla tua famiglia o cosa?
Questa grandissima passione me l’ha trasmessa mio padre, Pierino Ascatigno, che è stato un noto meccanico e collaudatore di Acquaviva, a cui la benzina scorreva, e scorre ancora, nelle vene e che mi ha sempre coinvolto nella sua attività portandomi, inoltre, a vedere le gare, fin da piccolo.
Mi ricordo il Gran Premio di Formula Uno di Imola, cui assistetti a soli quattro anni e mi piace, in questa sede, ricordare come mio padre sia stato la testa d’ariete per tutti quelli della zona che hanno iniziato a calcare gli autodromi di tutta Italia.
Comunque da allora è stato un continuo girovagare per le piste di tutta Italia: Imola, Monza, Vallelunga, Misano, Pergusa e la nostra Binetto.
Corro da molto tempo e rappresento, forse, uno dei casi di maggiore fedeltà sportiva alla stessa squadra, visto che ho sempre corso con lo stesso team, il Palmisano Karting di Martina Franca, a cui vorrei rivolgere un sentito ringraziamento per l’appoggio, la fiducia, l’amicizia e la stima dimostratemi in tutti questi anni. Il Team, orchestrato dal Michele Palmisano e suo padre Gino, è stato fondamentale per raggiungere questo successo (e altri) in quanto mi ha sempre fornito ottimi materiali e ottima assistenza, oltre che a un invidiabile rapporto umano e di amicizia.
Tuo padre ti ha quindi trasmesso la sua passione, ma tua madre cosa ne pensa? Non ha paura?
Quando corro sono molto combattivo e non mi tiro certo indietro nella bagarre e negli azzardi. Mia madre, memore di ciò, prima di partire mi dice sempre: “mi raccomando, vai piano”, un consiglio in completa antitesi con la realtà degli sport motoristici.
Prima mi seguiva spesso adesso non più, perché sia lei che mio padre vivono la gara con molta agitazione. Le gare di kart, infatti, a differenza delle gare soporifere che si vedono in F1, sono combattutissime. Sportellate, toccate, incidenti, piloti che nell’arco di una curva passano dal primo posto al decimo, bagarre, insomma sono gare da far saltare le tempie se consideriamo che in molte competizioni ci sono anche 180 piloti che devono lottare fin dalle manche con il coltello tra i denti per arrivare in finale, dove si parte in circa trenta.
Le gare sono così combattute che mia madre preferisce non venire più e mio padre ogni volta che viene perde dieci anni di vita.
Correre a livelli agonistici è sicuramente il sogno di molti ragazzi. Quali sono secondo te le doti necessarie e che consigli daresti a chi volesse seguire le tue orme?
Innanzitutto, avere una grande passione e spirito di sacrificio. Io spesso parto il giovedì per tornare il lunedì a casa, se le gare sono fuori zona. Questo vuol dire, per esempio, sacrificare il sabato sera e non uscire, dormire in albergo e la mattina alzarsi presto con tutto il carico di lavoro da espletare.
Ci vuole una grande dedizione e un piede destro molto, molto pesante, perché bisogna essere veloci, ma questo non basta. Bisogna anche essere disciplinati, perché si lavora in un team dove c’è altra gente che lavora per te e con te, come ingegneri e tecnici vari che contribuiscono a raggiungere i tuoi risultati, fanno parte integrante della competizione e che non si possono deludere.
Non è male anche avere un papà con buone risorse finanziarie, o possedere degli sponsor, perché per correre ad alti livelli servono tanti soldi.
Io sono uno dei pochi che non paga per correre, però poi, ovviamente, mi sdebito in altra maniera con il team.
Correre a livello agonistico è sicuramente una disciplina pericolosa. Hai mai avuto incidenti gravi e come affronti il pericolo che ogni volta si ripresenta quando scendi in pista?
Sulla bancalina (la pedana dove si appoggiano i piedi) di ogni kart c’è scritto, più o meno, “il motorsport è pericoloso”, però il kart, anche se permette di raggiungere velocità di 200 km in spazi molto brevi con accelerazioni impressionanti, è una disciplina meno pericolosa di tante altre, come lo stesso calcetto o il semplice correre sulle strade di tutti i giorni.
In pista si corre in sicurezza, ci sono le vie di fuga e le barriere di contenimento, ma questo ovviamente non esclude rischi che ogni volta che scendo in pista magicamente riesco ad oscurare nella mia mente. Infatti nel momento in cui abbasso la visiera del casco tutte le paure scompaiono e penso solo a “spingere” il più possibile e a superare determinati limiti, a sfidare le leggi della fisica.
A proposito di incidenti mi ricordo uno del 2 gennaio 2010 in un circuito cittadino.
Un kart, guidato da un pilota della mia stessa scuderia ma che in quella occasione correva in un altro equipaggio, dato che era una gara di durata, mi ha tamponato mentre ero in testa facendomi picchiare contro le protezioni, nel rimbalzo che mi riportato in pista un altro kart, paradossalmente guidato da un pilota nella medesima situazione di quello che mi aveva già tamponato, mi ha colpito violentemente fino a farmi cappottare, facendomi volare fuori dal kart e, dopo un volo di un paio di metri, mi sono ritrovato beatamente tra il pubblico, con il casco rotto.
Quando ti succede una situazione del genere, puoi fare due cose: o ti fermi a pensare all’accaduto e quindi offri il tuo fianco alla paura e alla percezione del pericolo, e allora rischi di non correre mai più, oppure ti rimetti subito in pista in modo da esorcizzare la paura stessa, sfidandola nuovamente. Io, in quella occasione, ho seguito questa seconda possibilità riuscendo a finire settimo o quarto, non ricordo bene.
L’adrenalina e il rischio rendono magico questo sport; alcune volte la sera sono ancora così eccitato che non riesco a dormire e non hai idea di come gridiamo quando facciamo un sorpasso o come bestemmiamo quando qualcosa va male. Il casco rappresenta un grottesco contenitore, dove vengono racchiuse bestemmie, urla, canzoni, sberleffi ecc ma tutte cose relegate nello strettissimo spazio della calotta interna e che mai potranno uscire per essere comprese da altri.
A proposito del mio casco, per commistionare le mie passioni, su di esso ho fatto scrivere la mia poesia preferita di Alda Merini, oltre che ad altre citazioni letterarie e un tributo al già citato Francesco Ivone.
Che cos’è il kart in poche parole? Come si sviluppano le gare?
Il kart è una macchina da corsa molto veloce, la più vicina in termini di prestazioni, con le dovute proporzioni, a una monoposto di Formula 1; è formata da un telaio privo di sospensioni e da un motore quasi sempre 2 tempi, quindi dalle prestazioni eccezionali.
Nelle categorie più potenti l’accelerazione da 0 a 100 km/h è garantita in poco meno di 3 secondi con accelerazioni di 3g per raggiungere velocità prossime ai 180/200 km/h. Esistono kart a presa diretta e kart con cambio di velocità con diverse categorie d’accesso in termini di età, all’inizio, e di risultati e di ambizioni personali dopo. Ci sono diverse categorie e possono iniziare a competere in gare titolate bambini di 7 anni, bellissimi per attitudine, spirito agonistico ecc…
Esistono diversi campionati e trofei fino ad arrivare al campionato europeo, alla coppa del mondo e al mondiale (dove i nostri Ardigò, Cesetti, Forè ecc da anni sono protagonisti) e io, probabilmente, ho strappato la qualificazione al mondiale 2011 della mia categoria.
I fine settimana di gara sono scanditi da ritmi a volta frenetici. Si inizia con le prove libere, dove ogni categoria entra in pista ciclicamente per dieci minuti, poi ci sono le prove di qualifiche e le eventuali manche laddove i kart presenti sono superiori ai posti che la pista al massimo può contenere e poi abbiamo una prefinale e una finale, dove si parte in relazione all’ordine d’arrivo della prefinale. Poi, se la gara è andata bene, si aspettano le premiazioni.
Sei scaramantico?
Non sono come David Coulthard che ha corso per tutta la sua carriera di pilota sempre con lo stesso slip, ma anche io ho degli “appoggi”.
Cerco di avere sempre il numero 3 come numero di gara e, da quando ho iniziato, indosso sempre lo stesso sottocasco e, sotto la tuta, la stessa t-shirt, ma che mia madre però lava puntualmente!
Questo provoca le ire del mio team manager, perché dopo anni non ha ancora capito che non mi piego a indossare l’abbigliamento di ordinanza coi colori della squadra. Ma forse, alla prossima prova di campionato italiano a Ugento il 19 giugno, lo accontenterò!
Comunque, dopo la gara che ho vinto il 12 giugno in Calabria, ho un “appoggio” in più: la visiera nera del casco, che mi è stata consigliata e che mi ha portato fortuna…
Gli sport automobilistici si differenziano dagli altri, perché concorrono al risultato sia le qualità del pilota sia quelle della macchina. Questo mix varia però al variare della categoria in cui si corre, per esempio a seconda se l’auto abbia le ruote coperte o scoperte? Nel caso dei kart, quanto influisce in percentuale l’abilità del pilota e quanto la potenza del motore o la preparazione dell’intero mezzo?
Come dice mio padre (e non solo), un grandissimo campione senza una macchina competitiva non può concludere nulla. Prima contava molto di più il pilota, oggi molto di più la macchina.
Nelle categorie monomarca del kart, però, è molto importante la bravura del pilota, perché i mezzi sono uguali per tutti e cambiano solo le regolazioni che si possono fare.
A meno che non ti chiami Francesco Ivone che nella sua carriera ha dimostrato di poter vincere in ogni categoria perfino con “la bicicletta” contro piloti più “armati” di lui, ma di piloti come lui o Michele Palmisano, mio team manager arrivato sino alle soglie della Formula 1, ne nascono uno ogni centomila.
È per me un onore correre con Francesco, nel team capitanato da Michele, e colgo l’occasione per ringraziare sia lui che il fratello Donato per i tanti consigli e gli incoraggiamenti che ogni volta mi sanno dare, a loro devo molto, moltissimo del mio essere pilota.
A proposito di ringraziamenti ringrazio anche la mia famiglia che mi è stata molto vicina in questo anno agonistico e non solo.
Quindi, riprendendo le fila del discorso, credo che in ogni categoria, sia di ruote scoperte che coperte, sia fondamentale avere un mezzo competitivo, poi starà al talento del pilota riuscire a sfruttare più degli altri quel mezzo e l’esemplificazione paradigmatica di ciò ce la offre quest’anno la Ferrari: la monoposto non è eccezionale, ma con Alonso, che ci mette molto del suo, riesce a stare nelle prime posizione, mentre Massa, che non ha lo stesso talento di Alonso, arranca nelle retrovie facendo emergere, forse, quello che è il vero livello della monoposto. Ribadisco però che ci sono quei piloti in grado di fare “miracoli”.
Dai tempi di Nuvolari gli italiani sono grandi appassionati di corse automobilistiche, però è un dato di fatto che ai massimi livelli, penso alla Formula 1, è da moltissimo tempo che non riesce a emergere un pilota italiano. Come mai?
Negli ultimi italiani a concorrere per un mondiale di Formula 1 sono stati Alboreto con la Ferrari e Patrese con la Williams, piloti che valevano molto più di quello che hanno ottenuto.
Ci sono una serie di motivi che hanno portato a questa situazione: innanzitutto in Italia ci sono pochi sponsor che possano supportare i talenti nostrani. Un pilota come Liuzzi, che ha un curriculum da far gelare il sangue nelle vene, corre con l’HRT, il team più scarso della Formula 1.
A questo dobbiamo unire lo scarsissimo interesse della Ferrari verso i piloti italiani anche se ultimamente è nato il Ferrari Driver Academy, ma anche qui i piloti sono quasi tutti stranieri. Questo perché il pilota straniero, Alonso giusto per fare un esempio, è un ambasciatore commerciale per poter allargare le vendite delle auto nel suo paese d’origine.
Inoltre così facendo si cercano sponsor in nazioni economicamente più forti, pensiamo a Petrov che ha portato capitali russi in Formula 1, o a Perez che ha portato doti messicane alla Sauber. Questo fenomeno è in forte espansione anche nel mondo del kart dove i piloti stranieri che hanno corso in Italia ormai non si contano più.
In ultimo anche le nostre autorità sportive non hanno appoggiato i piloti italiani e tutto ciò ha amplificato lo iato con quelli delle altre nazioni che rappresentano una concorrenza agguerritissima.
Quindi un pilota per poter correre ha bisogno di portare con sé degli sponsor oppure deve essere ricco di famiglia, giusto?
Ogni team è un’attività economica che deve chiudere il bilancio almeno in pareggio. Il team procura i suoi sponsor ma il pilota il più delle volte deve contribuire alle spese, per esempio per correre nella Porsche Carrera Cup Italia ci vogliono 180.000€ l’anno e non sono neppure tanti. Quindi è vero, il pilota deve avere i suoi sponsor oppure deve mettere i soldi di tasca propria.
Ci sono però anche alcuni piloti che non pagano, perché il team crede in loro ed è convinto di fare risultato grazie ad essi. Quindi qualcuno paga tanto, qualcuno paga poco, qualcuno non paga proprio. Anche Schumacher ha i suoi sponsor, ma in quel caso sono gli sponsor che cercano lui e non il contrario. Correre è uno sport costoso, perché le gomme si consumano, le auto vanno riparate, i meccanici vanno pagati, ecc. e in un periodo di forte recessione economica anche l’automobilismo ne paga, appunto, le spese.
Cosa ne pensi della situazione degli sport automobilistici in Italia? Vengono seguiti? Sono supportati? Si potrebbe fare di più?
In Italia abbiamo l’accademia del kart a livello mondiale. Le più grandi case costruttrici di kart hanno sede in Italia, come la CRG, che è la casa per cui corro e che ringrazio, la TONY KART, la BIREL, l’INTREPID o la PCR che è stata la prima casa per cui ho corso.
Abbiamo anche una grande tradizione fatta di team storici che si sono contraddistinti in tante categorie, come Prema, Draco, Trident, Rapax, Ghinzani, Corbetta o la stessa Minardi che in F1 ha fatto grandissime cose con pochissimi mezzi e continuando pensiamo alla Toro Rosso, oggi in Formula 1, alla Dallara, che vince in tutti i campionati a cui partecipa, l’Osella e tante altre squadre impegnate in categorie minori che rappresentano la linfa del vero appassionato di automobilismo.
Il motorsport in Italia è molto seguito e c’è una buona visibilità, ma non sufficiente a drenare sponsor da altre realtà in primis dal calcio che continua a monopolizzare l’attenzione del pubblico e ad assorbire la maggior parte delle risorse.
Il mondo dell’automobilismo tout-court è molto seguito in Italia anche in virtù della sensibilizzazione dei mass media che negli ultimi anni hanno focalizzato il loro zoom su questo meraviglioso sport offrendo servizi per quasi tutte le categorie; certo, se ci fossero più canali in chiaro, più promozione e più gare in orari non da nottambuli, sarebbe meglio.
Io credo che uno spettatore medio ignori il panorama delle gare che ogni domenica si corrono in tutto il mondo e questo è davvero un peccato, perché ogni categoria ha delle sue caratteristiche, dei suoi piloti, uno spettacolo al mondo, penso al Campionato del Mondo FIA GT, al WTCC, al Campionato Italiano Formula 3, al CIVM, al Mondiale Rally e credimi potrei continuare per altri venti minuti!
Sei impegnato in mille attività, come fai a coniugarle tutte, per esempio insegnare all’università e allo stesso tempo correre a livello agonistico sui kart?
Diciamo che mi sono tolto il vizio di dormire. Sono un insonne e grazie a questo riesco a conciliare i miei mille impegni, compresa la lettura. Certo, non è facile. Bisogna sapersi gestire e trovare anche il tempo per curare la preparazione atletica.
A tal proposito vorrei ringraziare anche la palestra di Acquaviva “Benefit 2004” nelle persone di Paolo Mossa, il titolare; e dei suoi collaboratori, Antonio Abbruzzese e Patrick Speroni, che hanno curato la mia preparazione atletica.
Approfitto comunque di questa opportunità per lanciare un appello alla comunità acquavivese. Sono a disposizione di tutti coloro i quali vogliano consigli di guida o vogliano essere accompagnati presso il kartodromo “Touch and go” di Martina Franca, di proprietà del team per il quale corro, per provare l’ebbrezza di un giro su un kart. Io sono a vostra disposizione e potete contattarmi direttamente o tramite Acquavivalive.
Valentino G. Colapinto





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chi è arrivato secondo e terzo nella categoria monomarca Rotax DD2?