1861: prima e dopo per vedere l’Unità d’Italia fuori dal mito

Redazione

Le iniziative del Centro Studi “A. Lucarelli” per il 23 e 24 maggio

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“1861 prima e dopo – Unità d’Italia fuori dal mito” questo è il titolo dell’incontro – dibattito che il Centro Studi “A. Lucarelli” organizza presso l’I.I.S.S. “R. Luxemburg”, il 23 maggio p.v. alle ore 10:30, interverrà: Michele Santamaria, ricercatore di “Utopia Socialista”, e il Prof. Giulio Esposito ricercatore dell’I.P.S.A.I.C. (Istituto Pugliese per la storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea).
Purtroppo lo stesso dibattito, aperto a tutti, era in programma la sera del 23 maggio, nell’ala Nord di P.zzo De Mari, ma l’esigenza di un presunto “Bilancio Partecipato” (sic!) ha avuto la precedenza, il non poter rin-viare tale “partecipato confronto” ad altra data è forse stato solo un caso o, la risposta della politica alla lettura che stiamo dando dell’evento dell’Unità d’Italia?
Comunque, la sera del 24 maggio p.v. – ore 19,00 – nell’ala Nord di P.zzo De Mari, dopo la visione del film “E li chiamavano … Briganti” (di Pasquale Squitieri), riprenderemo il confronto sulla nostra storia, appunto, “fuori dal mito”.

150 anni dall’unità d’Italia è un tempo più che sufficiente per fare il punto sulla storia del nostro Paese, per avviare una riflessione collettiva che si guardi dal cadere in sterili e stupidi estremismi culturali e politici, evitando d’impantanarsi nell’alveo del rinascente partito neoborbonico, o di chi rivendicando una presunta autonomia “nazionale”, sostiene la tesi del “sacco del Nord”. Per non parlare, infine, del rozzo e razzista leghismo nordista cui tanti – troppi – fratelli del Sud, una volta approdati al Nord, hanno aderito indossando la camicia verde.

La guerra di posizione fra questi opposti estremismi non c’interessa. Siamo altro dall’insignificante e solo apparente contrapposizione politica, riteniamo necessario fare chiarezza sul periodo storico che ha portato alla nascita dell’Italia come Stato nazione e sugli avvenimenti che hanno fortemente contribuito alla nascita della nostra identità di cittadini. Non è un caso che questa riflessione è proposta oggi. Che l’invito a discuterne venga dal Centro Studi “Antonio Lucarelli”, cioè da quel gruppo di acquavivesi impegnati ad avviare lo studio e la riflessione sulla nostra storia e sui suoi condizionamenti su quella più recente e attuale.

Lucarelli è stato un meridionalista che ha saputo coltivare un rapporto personale e ideale, finalizzato ad arricchirsi e arricchire il pensiero di vari studiosi del suo tempo, come Gaetano Salvemini, Benedetto Croce, Tommaso Fiore, ecc. Un meridionalista non dogmatico che preferiva far derivare le sue posizioni dallo studio critico della realtà sia storica sia del momento, con uno sguardo costante alle prospettive future.

Questo è stato il fine principale dell’impegno di Antonio Lucarelli, dunque altro dall’improduttiva e violenta deriva ideologica. Questo metodo lo condusse a sviluppare un attento e copioso studio del Risorgimento e del Brigantaggio. Ha studiato le lotte contadine contro il nuovo Stato e in uno dei suoi scritti afferma che: il contadino meridionale di quei tempi, «una sola patria sente e ama, e questa non è l’Italia». Il contadino del Sud, dunque, non si sentiva italiano, non era liberale, diceva di essere borbonico – non certo per convinzione – bensì per odio verso quei “galantuomini” (proprietari terrieri) che guidavano e finanziavano, intascandone i vantaggi, la rivoluzione liberale del momento. Da questo punto di vista lo storico acquavivese analizzò quella che ha chiamato «violenza plebea», una violenza incapace di costruire una stabile progettualità sociale. In Puglia l’avversione allo Stato unitario da parte dei contadini non seppe trovare altro appoggio – e sarebbe illusorio pretenderlo – che le manovre conservatrici del decadente apparato borbonico.

E’ proprio quell’agire a fianco al vecchio potere che Lucarelli ha chiamato «controrivoluzione pugliese».
Questa chiave di lettura degli avvenimenti portò Lucarelli ad approfondire le ragioni sociali del brigantaggio e a collocarlo all’origine della questione meridionale, che ritenne nascere dalla cocente delusione provocata a seguito di quel processo rivoluzionario, fondato sull’inganno e su un freddo calcolo politico. Lucarelli dirà: «S’illudevano i fratelli del Nord che avevano sognato la conquista di una terra miracolosa … s’illudevano taluni ceti operai che scorgevano in Garibaldi l’eroico e fatato figlio del popolo, il redentore di tutti gli oppressi».

Dunque l’illusione di una popolazione, quella meridionale, che già allora abitava una ter-ra povera, senza commercio, né acqua per bere e coltivare, né scuole, né case e d’ora in poi ancor più senza lavoro. Una popolazione senza futuro che dopo 150 anni è ancora priva di un minimo di progettualità di sviluppo. Quello che oggi si tenta di presentare come una festa: fra inni, sventolio di bandiere, marce di alpini e altro, è il tentativo di nascondere quella reciproca delusione da cui si è sviluppato il brigantaggio e a cui il nuovo Stato rispose in modo violento.

Dirà Lucarelli parlando del brigantaggio, che altro non fu «che la reazione “borbonico proletario” o “politico sociale” che, sopraffatta nei centri urbani dalla prevalenza delle armi nazionali, si trasferisce nei boschi, e qui ricorre per necessità di vita e di difesa a nuovi espedienti di lotta».
Quell’Unità che in tanti oggi festeggiano, è stata dunque fondamentalmente una guerra civile. Il nostro Paese – come storicamente tutte le nazioni – è nato nel sangue ed è nel sangue che la politica, per perpetuare il suo potere, spesso lo ricaccia.

Michele Natale
Presidente Centro Studi “A. Lucarelli”

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