“Alla riscossa terroni. Perché il Sud non è diventato ricco. Il caso Puglia”

L’incontro con Lino Patruno sul tema “150 anni di Unità d’Italia vista dal Sud”
di Marta Carelli
È un Paese unito o irrimediabilmente diviso l’Italia? La lacerazione, la ferita che taglia in due lo stivale e che sembra farsi sempre più profonda, dolorosa e immedicabile, è ormai irreversibile? Di certo, il coro delle fanfare che si leva altisonante per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sembra avere, purtroppo, l’insipido sapore di rumorosa e vuota retorica istituzionale, mentre la realtà e la storia del nostro sciagurato Paese sembrano andare, irreversibilmente, in tutt’altra direzione.
È, appunto, attorno alle tematiche legate all’Unità d’Italia ed alla condizione attuale del Mezzogiorno che ha ruotato l’incontro tenutosi giovedì 20 gennaio, presso l’Aula Magna della Scuola Elementare De Amicis, intitolato “150 anni di Unità d’Italia vista dal Sud”.
L’iniziativa è stata presentata dalla prof.ssa Marilena Chimienti, presidente dell’U.T.E. di Acquaviva, la quale ha spiegato nell’introduzione che l’incontro è stato concepito e realizzato come lezione per l’Università della Terza Età, nell’ambito del Corso di base caratterizzante di Storia “I 150 anni dell’Unità d’Italia”, precisamente nell’insegnamento intitolato “L’Unità d’Italia: percorso storico-politico nazionale e locale”, il cui docente è il prof. Vitantonio Petrelli, anch’egli presente all’iniziativa. Relatore, di fronte ad una consistente platea di partecipanti, è stato il dott. Lino Patruno, già direttore per tredici anni della “Gazzetta del Mezzogiorno”, il quale ha presentato il suo libro “Alla riscossa terroni. Perché il Sud non è diventato ricco. Il caso Puglia” (Editore Manni).
Da trascinante comunicatore qual è, Lino Patruno si è soffermato in modo coinvolgente e spesso positivamente provocatorio, ma anche preciso e articolato, sulla situazione italiana pre e post-unitaria, analizzata in relazione a quanto sta accadendo oggi. E, sottolineando quanto sia fondamentale ed importante una conoscenza maggiore su come sono andate le cose nella storia del nostro Paese, afferma: “Se viene fuori un po’ di indignazione di certo non fa male. Ci sentiamo dire che noi meridionali siamo la palla al piede e lo dice un signore che per tre volte ha affermato di essersi laureato in medicina e non era vero, Bossi, un signore che ha un figlio che per tre volte è stato bocciato all’esame di maturità”. È un excursus storico-politico quello che Lino Patruno ha tracciato nella sua relazione, partendo dalla fase pre-unitaria ed arrivando ai giorni nostri, passando per il Ventennio fascista, periodo in cui si verificò un netto peggioramento delle condizioni in cui versava il Meridione e il divario tra Nord e Sud salì addirittura al 48%. Con l’unità, ha spiegato Patruno, furono imposte al Sud 34 nuove tasse e non fu mantenuta la promessa dell’assegnazione delle terre ai contadini. In 120.000 si diedero al brigantaggio, fenomeno questo che, troppo sbrigativamente, è stato liquidato come fenomeno di delinquenza. Arrivando ai giorni nostri, possiamo constatare quale enorme fallimento sia stato la Cassa per il Mezzogiorno: nei fatti, continua Patruno, è stata una cassa per il Settentrione, con la quale hanno fatto finta di dare finanziamenti al Sud, mentre invece, la gran parte dei soldi tornava al Nord con l’acquisto di prodotti di aziende settentrionali. In realtà, non sono mai state pianificate e attuate serie politiche di industrializzazione del Meridione e, come afferma l’autore: “Noi meridionali eravamo solo consumatori, non produttori”. In questi ultimi due decenni, infine, abbiamo assistito impotenti ad uno stravolgimento dei termini della questione: la “questione settentrionale” che, come dice Patruno, è una questione di ricchi, ha assunto la priorità rispetto alla “questione meridionale”, che è quasi scomparsa dall’agenda politica. Prosegue Patruno: “Dobbiamo conoscere i torti che abbiamo subito non per diventare piagnoni. Ci vogliono imporre il federalismo, ma il federalismo andava fatto ai tempi dell’unificazione, non adesso. Non si può attuare il federalismo con noi che partiamo da una condizione di così forte svantaggio”.
A proposito della cosiddetta “questione settentrionale”, così scrive Giuseppe Vacca, autore dell’interessante introduzione al libro: “Così si è arrivati all’assurdo che la tematizzazione oggi in voga del «problema italiano» è la «questione settentrionale»”. E aggiunge: “Rappresentare il problema italiano come «questione meridionale» vuol dire quanto meno proporsi di unificare un Paese diviso; declinarlo invece come «questione settentrionale» vuol dire giocare una parte contro l’altra, logorando quello che resta dell’Unità dell’Italia”. C’è da lottare, dunque, ma con l’arma della verità e della parola: “Dobbiamo essere tutti un po’ briganti, non col moschetto, ma col megafono”, conclude Lino Patruno, forse perché, come scrive ancora Giuseppe Vacca nell’introduzione: “A differenza del passato, non si tratta del prevalere d’una parte sull’altra dentro un Paese che si vuole unito, ma di compromettere le possibilità persino di pensare unitariamente il futuro dell’Italia come nazione”.





Commenti
Molto bene, cara Marta. Come sempre sai cogliere gli aspetti salienti di ogni evento e sai valorizzarli. L’articolo, inoltre, che rende molto bene il contenuto della iniziativa, è linguisticamente ineccepibile.