La bellezza salverà il mondo

Mimmo Ferrante

Conversazione con l'archeologo Austacio Busto

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Risponde a tutto campo il Dott. Archeologo Austacio Busto, da sempre una delle intelligenze critiche più lucide nel denunciare i mali della nostra cittadina e nel cercare di porvi rimedio, ripercorrendo così gli ultimi vent’anni di vita politica e affrontando il tema oggi più che mai importante della salvaguardia e del recupero dei beni culturali presenti nel nostro territorio.
Austacio Busto, nato in Svizzera ma dall’età di otto mesi sempre residente ad Acquaviva delle Fonti, è archeologo medievista e dottore di ricerca in “Storia dell’Arte Comparata dei Paesi Mediterranei dal Medioevo all’Età Moderna”. Dal 1991 collabora con la Soprintendenza per i Beni Archeologici e con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici. È inoltre collaboratore esterno della cattedra di Archeologia Medievale dell’Università di Bari.

Cominciamo dalla tua esperienza politica, ormai di lungo corso. Com’è nato il tuo impegno nell’amministrazione della cosa pubblica?
Come accade spesso, il mio impegno è nato negli anni del liceo. Ebbi la fortuna di far parte di una comitiva d’amici, che si rivelò essere negli anni una vera e propria fucina di talenti. Ne facevano parte persone come Davide Carlucci, giornalista affermato della Repubblica, Enzo Casucci, ingegnere del suono che realizza colonne sonore per film o pubblicità, il fumettista Tommaso Milella, l’architetto Francesco Longobardi, l’attore comico Toni Vavalle, gli imprenditori Elio Casucci, Gianni Ferrulli e Vito Spinelli, Marcello Luongo, Nico Sorressa o Gianni Petrelli. In realtà, dovrei stilare una lista di una quarantina di persone per essere corretto.
Avevamo affittato un locale nel centro storico, dove facevamo musica con un gruppo, i “Contours of Desire”. Genere prevalentemente new wave, molto in voga negli anni ’80. In seguito, abbiamo cambiato elementi, nome e genere: prima “Beat Holes”, poi “Aliti Cattivi”, proponendo un miscuglio di garage rock e beat anni ’60.
Pubblicavamo giornaletti mensili, “L’Attanasio” e “La Stampata”, organizzavamo mostre, un piccolo gruppo teatrale, corsi, ecc. Nel 1990, in corrispondenza delle elezioni amministrative, alcuni di noi, già attivi nell’occupazione dell’università con il movimento della “Pantera”, decisero d’impegnarsi attivamente anche in politica, dietro invito del PCI di allora, che si presentava senza simbolo di partito (era la fase della “Cosa” di Occhetto) e aderimmo alla lista “Progetto per la Città”, con il simbolo del leone della Chiesa Madre.

Fosti quindi eletto al primo tentativo?
No, in realtà risultai il secondo dei non eletti, ma in seguito alle dimissioni di Marcello Carucci e di Lia Luise, divenni nel 1992 consigliere comunale. Proprio in quel momento, si stava discutendo lo Statuto Comunale ed ebbi così l’occasione irripetibile di metterci mano, contribuendo alla formulazione degli articoli relativi alle forme di “partecipazione” della cittadinanza alla vita amministrativa, come il Difensore Civico e le varie Consulte. Contemporaneamente, mi impegnai in una battaglia per la tutela di Torre Latilla. Quella fu la “palestra” per la mia prima esperienza da consigliere comunale.
La crisi di Tangentopoli a livello nazionale, il coinvolgimento della nostra comunità nelle vicende dell’organizzazione criminale “La Rosa” e lo sgretolamento del Pentapartito acquavivese favorirono la costituzione di una giunta di larghe intese. Unici consiglieri d’opposizione, io e Liborio Milano.
Nel frattempo, due dei tre consiglieri della lista civica “Progetto per la Città” costituirono il gruppo PDS, mentre io continuai a rappresentare la mia lista civica e mi avvicinai politicamente al movimento “La Rete” di Orlando e Pintacuda.

I “più grandicelli” non hanno sicuramente dimenticato l’associazione Patroclo, di cui fosti uno dei principali animatori. Vogliamo ricordarla brevemente?
Costituimmo l’Associazione Culturale “Patroclo” nei primi frenetici anni Novanta (‘90-’93). Ricordo bene la mattina in cui occupammo simbolicamente la sede della Democrazia Cristiana, che da decenni era situata – praticamente a costo zero – negli attuali Uffici Demografici e Sala Conferenze, al piano terra di Palazzo De’ Mari.
Nel frattempo, anche la giunta di larghe intese si frantumò (primavera del 1993) e Vitantonio Petrelli mi propose di entrare, come Assessore alla cultura e alle politiche giovanili, in una giunta in cui figuravano tutte le liste tranne la DC. Ebbi così l’occasione di fare anche l’esperienza di assessore.
Mi preoccupai, innanzitutto, di regolamentare la parte dello statuto comunale riguardante le consulte (in particolare la Consulta dello Sport e quella della Cultura). Realizzammo anche il recupero e la mostra dei locali dell’ex Carcere, che riuscii a trasformare momentaneamente in un Centro Sociale Comunale.
Ogni cella fu adibita a un’attività: sala prove, laboratorio teatrale, sala riunioni per associazioni, ecc. Il Centro Sociale fu inaugurato con una bella mostra fotografica sulla pace.

Quanto durò la tua esperienza di assessore?
Purtroppo pochi mesi, perché, una volta entrato nella “stanza dei bottoni”, mi resi conto di come le mie utopie si scontrassero con una realtà abituata “a favorire” l’amicizia e i legami a scapito del merito e della convenienza.
La mancata approvazione di una variazione al bilancio, a seguito dell’assenza al momento del voto di alcuni consiglieri del PSI, mi convinse a tirarmi fuori da un ambiente che mi aveva deluso fin troppo. Così mi dimisi contestualmente da consigliere e da assessore, e il mio gesto fu la goccia che fece traboccare il vaso all’interno della maggioranza, visto che molti seguirono il mio esempio. Quella fu l’ultima giunta della Prima Repubblica ad Acquaviva delle Fonti.

Cosa successe dopo?
In quei mesi cruciali, insieme al compianto Michele Giorgio, il compagno Marinelli, Rosamaria Plantamura, Andrea Colaninno, Luisa Pellecchia e altri amici costituimmo la sezione locale di Rifondazione Comunista, ancor prima che diventasse un partito vero e proprio. Nelle elezioni del 1994, cui non ho partecipato, Pino Nettis fu eletto Sindaco e Ferdinando Pappalardo Senatore. Per cinque anni sono stato distante dalla politica acquavivese.
Ho ripreso a fare politica nel 1999, iscrivendomi ai DS, perché stare fuori a guardare dalla finestra e a criticare non ti permette di cambiare la realtà. Nel 2000, subito dopo la sconfitta di Pappalardo contro Pistilli, divenni segretario dei DS.
Nel 2001 il partito decise di candidarmi a sostegno del candidato sindaco Antonio Lovecchio e riuscii a farmi eleggere quale unico consigliere dei DS. Era una fase di crisi dell’ex PCI, e come sempre accade in questi casi molti topi abbandonarono la barca che affondava.
Da segretario ho perseguito una linea riformista, tendente a quella che poi sarà la costituzione del PD, e da consigliere ho condotto una ferma e arrembante opposizione alla giunta Pistilli. Questa seconda mia esperienza terminò nel 2005, quando mi dimisi assieme ad altri consiglieri, nel tentativo poi riuscito di mandare a casa Pistilli.

Parliamo adesso del Partito Democratico, della cui costituzione sei stato uno degli artefici, ma da cui poi sei clamorosamente fuoriuscito. Quali sono le tue valutazioni in merito?
Ho creduto nel ruolo innovatore che il PD avrebbe potuto assumere nella nostra città, sebbene già l’atto fondativo fu segnato da un colpo di mano in puro stile democristiano con l’acquisto di pacchetti di tessere da parte dei lobbisti dell’ex-margherita.
Mi sono dovuto però ricredere, perché ho visto pian piano cannibalizzare i valori e i principi con cui mi sono formato politicamente.
Ho visto i giovani – la nuova linfa che avrebbe dovuto segnare il rinnovamento – comportarsi peggio dei vecchi politici e, soprattutto, senza alcuna differenza rispetto ai propri avversari: arrivismo sfrenato, arroganza, supponenza e ignoranza nell’agire politico.
Stiamo ben attenti quando parliamo di rinnovamento generazionale, perché il giovane può essere mentalmente più “vecchio” del vecchio che va a sostituire, soprattutto quando si trova al suo posto, grazie a qualcuno e a quel qualcuno non può dire di no.

Le ultime amministrative e quello che sta accadendo in seno al PD e alla maggioranza di governo hanno confermato le mie analisi pessimiste.
Ciò che più mi ha indignato nella candidatura a sindaco dell’Ing. Squicciarini, e non mi esprimo sulla persona ma sul politico, è stato il metodo e il merito con cui vi si è giunti, giacché si è calpestato il buon senso e la democrazia iscritta nel nome stesso del partito. Si è, infatti, completamente ignorato lo strumento delle Primarie, sancito dallo statuto stesso del PD.
Ai miei compagni ex-DS rimprovero di aver gettato al vento una tradizione politico-culturale in nome del nulla, ritenendo che la tattica e la strategia potessero cambiare un personale politico avvezzo a metodi e rituali definiti da oltre un cinquantennio di potere.
Possono cambiare nomi, generazioni, sigle, ma se ci penso alla fine della Prima Repubblica (inizio anni ’90) al governo stavano gli stessi personaggi di oggi.
Oggi non sono più iscritto al PD, ma continuo a fare politica coerentemente con i miei principi e più convinto di prima.

Passiamo alla tua carriera di archeologo. Com’è cominciata e quali risultati hai ottenuto finora?
Mi sono laureato nel 1991, ma già dal 1987 ho partecipato agli scavi di Castelfiorentino, in provincia di Foggia nel territorio di Torremaggiore, assieme a un’equipe italo-francese. Castelfiorentino è un villaggio abbandonato (fenomeno diffuso nel foggiano) ed è importante, perché è il luogo dove morì di dissenteria Federico II, e quindi tuttora meta di pellegrinaggio da parte di turisti giapponesi e tedeschi.
Sempre nell’ambito di questa collaborazione dell’Università di Bari con l’École Française de Rome, nel 1988 sono andato in Francia a scavare in un posto vicino a Montbrison, che si chiama Essertines en ChateauNeuf, un altro “village déserté”.
Ho fatto una tesi sullo studio dei reperti metallici rinvenuti a Castelfiorentino – qualcosa come più di mille oggetti identificati – e i miei primi anni sono stati dedicati allo studio di questi oggetti, che consentono di ricostruire la vita quotidiana dell’epoca. Nella letteratura accademica si chiamano piccoli oggetti o “small finds” e possono essere in osso, terracotta e metallo: bottoni, fibbie, cerniere per la rotazione delle porte e delle finestre, che consentono di ricostruire un mondo ormai perduto, e questa è una cosa che mi affascina molto.
Nell’aprile 1991, una settimana dopo la seduta di laurea, cominciai il mio primo scavo retribuito presso Belmonte, una basilica paleocristiana situata tra Cassano e Altamura. Da lì ho iniziato una serie di collaborazioni con la Soprintendenza Archeologica e quella ai Beni Architettonici.
In ambito accademico con l’Università ho avuto prima l’esperienza di Castelfiorentino e dal 2000 sono responsabile del cantiere degli scavi archeologici di Siponto.
Grazie all’esperienza acquisita negli anni, dal 2004 e per quattro anni accademici sono stato docente a contratto presso il Corso di Laurea “Tecnologia e diagnostica per il recupero dei beni culturali”, appartenente al dipartimento di Geomineralogia del Campus di Bari, insegnando Metodologia della Ricerca Archeologica.
In qualità di socio della cooperativa CAST e del consorzio IDRIA, nel 1999 ho lavorato presso la masseria fortificata di Torre Alemanna, nel territorio di Cerignola.
Quando vengono effettuati dei restauri in luoghi particolari come questo è necessaria, infatti, la presenza di un archeologo. Avemmo la fortuna di ritrovare un butto, ossia un immondezzaio, che per l’archeologo è il massimo della fortuna. Abbiamo recuperato così almeno cinquecento pezzi più o meno integri di ceramica rinascimentale.
La bella scoperta ci permise di presentare un progetto per “Cultura 2000”, uno strumento finanziario della Comunità Europea. Il progetto fu finanziato e arrivarono così a Cerignola studenti francesi e tedeschi, cui ho fatto da tutor, e in seguito ho tenuto dei seminari sia alla Sorbona di Parigi che all’università di Bamberga.
Grazie a quel successo, due anni dopo abbiamo ottenuto il rinnovo dei finanziamenti per un altro progetto sempre presso Torre Alemanna, non riguardante gli scavi ma lo studio del monumento in elevato, con la stessa metodologia applicata dall’archeologo alla stratigrafia scavata.
Adesso il bene è stato recuperato completamente e si spera di farne un centro culturale per la ceramica rinascimentale, con laboratori, scuola di restauro e museo; in quell’occasione abbiamo, infatti, formato professionalmente dei ragazzi del posto. Le indagini su Torre Alemanna hanno costituito il tema della mia Tesi di Dottorato.

E per quanto riguarda il paese di Acquaviva, a quali scavi o progetti hai partecipato e che esito hanno avuto?
Ho fatto uno scavo nella Cattedrale, durante i lavori di restauro, ma quando giungemmo ai livelli archeologici medievali, che ci avrebbero consentito di scoprire cosa c’era prima lì sotto, abbiamo dovuto purtroppo interrompere i lavori per mancanza di fondi, poiché la priorità era quella di restituire la Cattedrale alla cittadinanza. Abbiamo dovuto così richiudere tutto e si è persa un’occasione che chissà quando si ripresenterà.
Un’altra esperienza acquavivese è stata quella riguardante la Torre Ottagonale, di cui però non condivido assolutamente l’opera di recupero, che è stata fatta ignorando completamente l’importanza del rinvenimento.
La torre ottagonale con feritoie per armi da fuoco, che abbiamo in Piazza de’ Martiri, è probabilmente un unicum in tutto il meridione per quel periodo (fine XIV-inizio XV secolo).
Nel 2001, in seguito alla scoperta fatta durante i lavori di pavimentazione di Piazza de’ Martiri, ricevetti dal Commissario dell’epoca l’incarico di seguire gli scavi. Eletto sindaco Pistilli, però, fu tutto bloccato per diversi anni. Nel 2006 dovette addirittura intervenire la Soprintendenza per imporre la presenza di un archeologo, costringendo sostanzialmente l’Amministrazione a richiamarmi.
Un’altra cosa importante che ho fatto ad Acquaviva è stato un incarico ricevuto nel 1996 dall’allora sindaco D’Ambrosio per un lavoro propedeutico al PRG, ossia una mappa archeologica del territorio di Acquaviva. Ebbi così il permesso di effettuare delle ricognizioni in superficie, che consistono nell’andare in campagna con una squadra di persone a raccogliere tutti gli oggetti che ritornano in superficie a seguito delle arature, senza effettuare scavi. Si possono così individuare e delimitare le aree archeologiche, stabilendo anche una datazione indicativa.
Questo lavoro è ancora oggi “in progress”, perché in certi posti occorre ripassare anno dopo anno per ritrovare qualcosa. Dal ’96 a oggi ho arricchito di molto la mia banca dati. Il territorio di Acquaviva è molto ricco dal punto di vista archeologico, ma purtroppo non si è mai avuta la necessaria attenzione. Non si è mai investito nella conoscenza del territorio.
Proposi a Pistilli di realizzare anche un SIT (Sistema Informativo Territoriale), che consente di documentare tutto il patrimonio culturale di un territorio. Uno strumento utilissimo per individuare i beni a forte rischio di scomparsa e successivamente rivalutarli, ma finora non c’è stata la possibilità di realizzarlo.

Mimmo Ferrante

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Commenti

  • duce (utente non verificato)

    da uomo di destra ti faccio un applauso sincero…