Antonella Lattanzi: “La letteratura è la mia unica droga”

Valentino G. Colapinto

Per “A Testa in Sud” risponde la pugliese Lattanzi

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In vista del Festival Letterario “A Testa in Sud” che si svolgerà ad Acquaviva il 30, 31 agosto e 1 settembre, Acquavivalive ha intervistato alcuni degli autori che vi parteciperanno. Oggi è il turno della scrittrice Antonella Lattanzi (Bari, 1979), che parteciperà alla serata del 31 agosto, dedicata a “Educare per far crescere il Sud”. La Lattanzi vive da molti anni a Roma, dove lavora come editor, traduttrice e lettrice dall’inglese e “Devozione” (Einaudi Stile Libero, 2010) è il suo primo romanzo.

Cosa spinge una giovane donna, poco più che trentenne, a impegnare tanto tempo ed energie nella letteratura, mettendo in alcuni casi anche a repentaglio la stessa incolumità fisica, come nel caso del tuo lungo lavoro di ricerca sul campo nei Sert, comunità o piazze di spaccio come Secondigliano o Scampia? Come e quando è nata in te una vocazione così forte verso la scrittura?

Penso che chiunque abbia una passione – sia per un’attività creativa, o per una persona, o per qualunque altra cosa – possa capire cosa mi spinge. Non è un’eccezione, voglio dire, la mia. Quando hai una passione, quando questa passione la senti – come dici tu – come una vocazione: allora l’impegno, la dedizione, sono un aspetto quasi egoistico: quella passione ti rende veramente felice, e allora la ricerchi, ti impegni per lei. Non dico che non ci siano momenti di sconforto, non dico che sia facile, non dico che non ci siano delle rinunce: ce ne sono, e tante. E tanti momenti in cui ti chiedi dov’è la vita reale, cosa ne rimane: e se stare sempre a scrivere, leggere, o – come hai ricordato – fare ricerche per il tuo libro, anche pericolose: se tutto ciò si possa definire vita reale. Alla fine la risposta non ce l’ho, e forse non conta: ti ripeto, questo è ciò che mi rende felice. E mi ritengo fortunata, davvero. Poi, secondo me, l’impegno, la fatica: sono parte della scrittura quanto e più dell’ispirazione. Forse l’ispirazione è solo un concetto “romantico”, forse no, forse c’è davvero. Ma io credo che quello che distingue la persona davvero innamorata – di una persona o di un’attività come può essere la scrittura – è la voglia di darsi totalmente per quella cosa o quell’attività che ama.

Chiunque legga il tuo romanzo non può non sentirsi contagiato dall’intensità emotiva che sei riuscita a trasmettere attraverso le sue pagine. È evidente che questo era per te un tema molto sentito. Come mai hai scelto di trattare un argomento, la tossicodipendenza, che è stato come dimenticato dai media o diventato un tabù, assieme all’AIDS, anche se entrambi questi problemi, esplosi negli anni ’80, sono ben lungi dall’essere stati risolti?
Ti ringrazio. Ho scelto di parlare di questo tema perché l’ho sempre visto molto vicino a me. Da adolescente, ho assistito a un passaggio che ritengo importante: dopo l’epidemia di eroina degli anni Ottanta, nei primi Novanta c’era stato una sorta di momento di tregua: l’eroina c’era sempre, sicuro, ma non era, come dire, una moda tra i giovani. Poi, a metà degli anni ’90: è tornata all’arrembaggio, e io ho visto persone che prima non la usavano diventare dipendenti. Non che fossero miei amici stretti, ma il punto è proprio questo: se io avevo visto, perché tutti gli altri no? Anni dopo, trasferitami a Roma, mi sono resa conto che l’eroina era davvero tornata, e che era anche più forte di prima. Come un mostro da film horror. Per cui ho deciso di raccontare: per creare una crisi nel silenzio, nell’omertà di chi si ostinava a non vedere. Credo che la letteratura serva a questo: creare delle domande, non lasciare in pace chi dentro un silenzio egoista vuole rimanere, si vuole nascondere.

Vuoi spiegarci brevemente qual è per te il significato delle due parole chiave di questo romanzo: “Dipendenza” e “Devozione”?

La dipendenza è secondo me un passaggio di natura, di stato, della devozione, un suo deragliamento. Finché si ama follemente qualcosa o qualcuno – e quindi gli si è devoti – c’è ancora la possibilità di un rapporto creativo, anche se certamente non limpidissimo. Quando, però, dalla devozione, dalla passione – cioè dallo star-bene-con – si passa alla dipendenza – cioè allo star-male-senza: allora non c’è più possibilità di agire, di creare. Allora non abbiamo più le redini della nostra vita. Allora siamo vuoti senza possibilità di scampo.

Per scrivere questo libro, hai adottato un metodo simile a quello di Gomorra. Per cinque anni ti sei finta tossicodipendente, frequentando i loro stessi luoghi, ma non assumendo mai droghe. Questo lavoro di ricerca molto approfondito è sicuramente uno dei punti di forza del romanzo. Pensi che la letteratura debba essere per forza realistica, quasi documentarista? Come ti poni nei confronti di quanti, scrittori e critici, invocano da un po’ di tempo un ritorno alla realtà e all’impegno in letteratura?
Come ho detto prima, ritengo che bisogna scrivere con passione, con fatica, con dedizione. Dedicarsi alla scrittura, se si vuole scrivere davvero. Per quanto riguarda il realismo e l’impegno, io penso che la letteratura debba essere tale. E cioè: che lo scrittore debba scrivere con sincerità – che non vuol dire affatto autobiografia, anzi, spesso il contrario: sincerità vuol dire che lo scrittore deve scrivere ciò che sente di dover scrivere, e ciò che conosce. Per questo ho studiato l’eroina, ho frequentato i tossicodipendenti e i Sert: per conoscere l’argomento di cui volevo parlare. Penso anche che l’impegno così come si intendeva nel 900, e cioè l’engagement, oggi non potrebbe esistere più. L’impegno che io mi pongo come mio scopo personale – e quindi non pretendo di parlare, né lo voglio, per tutti (cioè non voglio, non mi interessa dire: cosa dovrebbe fare la letteratura in generale) – è, come ti dicevo, quello di porre domande, creare degli strappi. Nel mio caso, intendevo indagare la dipendenza, tutti i tipi di dipendenza. L’eroina è solo l’argomento del mio libro, non il tema. Il tema, come dicevo, è la dipendenza. In tutte le sue forme, le sue sfumature: dai genitori, dall’amore, dalle droghe, anche da dolore. Da sempre, la letteratura affronta dei temi. Io uso la letteratura per comunicare, come mio mezzo di comunicazione: ed è importante, per me, veicolare non un messaggio – ma un punto di domanda.

Il romanzo si conclude con un finale aperto. Pensi di scriverne un giorno il seguito? Puoi già anticiparci qualcosa sul tuo prossimo romanzo?
Non posso ancora dire niente, perché non ci sono certezze. Posso dirti, però, che sto lavorando, sto scrivendo, sto studiando. Sto, soprattutto, leggendo. Del resto lo faccio sempre, è la mia vita. Penso, e soprattutto spero, che non bisognerà aspettare molto per la pubblicazione di un secondo libro. Ma, prima di tutto, faccio mia una frase di uno scrittore: Non voglio leggere una riga di chi ha scritto più di quello che ha letto.

Raramente un libro di un’esordiente che è stato così diffusamente recensito, sempre con esiti positivi, quando non superlativi. Sei stata addirittura paragonata a Saviano. Cosa ne pensi di questo successo nazionale? Te lo aspettavi? A cosa credi che sia dovuto e che consigli daresti a un aspirante scrittore?
Se del libro si parla, e soprattutto se è apprezzato: ne sono felice. Non so dirti cosa mi aspettavo: so dirti quanto mi sono, sempre, impegnata nella scrittura. Non so neanche a cosa sia dovuto il riscontro positivo da parte di chi lo legge: forse dallo stesso impegno, dalla stessa passione, fatica, che ho impiegato nella scrittura, dalla sincerità con cui ho scritto. Ma sempre, e comunque, quando ci si mette in gioco, si va incontro a cose positive e negative. Sempre. Il mio consiglio, quindi, è proprio questo: se si ama la scrittura, bisogna prima di tutto leggere tantissimo, e poi scrivere tanto. Bisogna impegnarsi, faticare, sudare. Non arrendersi. Scrivere. Leggere, leggere, leggere.

Fai parte della sempre più folta schiera di “cervelli in fuga”, ossia giovani pugliesi che hanno studiato sodo, ma sono poi costretti a emigrare altrove (spesso Roma o Milano) per trovare un lavoro corrispondente alla loro specializzazione oppure gli spazi necessari per emergere. A Roma giovani scrittori pugliesi come Nicola Lagioia o Mario Desiati hanno riscosso in poco tempo grande successo e sono diventati anche degli editor importanti (il primo per la Minimum Fax e il secondo per la Fandango), cosa che probabilmente non sarebbe successa se fossero rimasti in Puglia. Credi che valga ancora il detto “nessuno è profeta in patria”? Pensi un giorno di ritornare a Bari o il tuo è un addio definitivo?
No, non penso, per fortuna, che nessuno sia profeta in patria. Penso che ci sono dei luoghi – geografici e “spirituali” – in cui si creano delle condizioni per cui si riesce a lavorare meglio. Detto ciò, la scrittura per fortuna puoi farla dove vuoi. Anche in capo al mondo. Io vivo a Roma, certamente, in primo luogo per la scrittura, ma poi anche perché è il posto dove, in questo momento, ho scelto di vivere. Poi, chissà. Non penso che tornerò mai a vivere a Bari, mi è sempre piaciuta l’idea di andare via, di crearmi le amicizie da zero, di essere apprezzata per ciò che sono e non per il tessuto familiare o relazionale da cui provengo. Di farmi il presente e il futuro con le mie mani. Anche affrontando le tantissime difficoltà e le tante tristezze e i tanti momenti di sconforto che ciò implica. È vero anche, però, che io sono la mia storia, la mia famiglia, i luoghi in cui sono nata. Ed è vero che, senza il sostegno degli altri, non avrei potuto e non potrei fare nulla. Questo è il bello: quando vai a vivere lontano dalla tua città natale, dai tuoi cari, te li porti sempre dietro. Forse di più di quanto faresti se fossi rimasta a casa. Quando vai via sei, sempre, la te che sei stata da bambina, e la te adulta. La te che chiede aiuto e la te che se la cava da sola.

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