Lorenzo De Luca: da Guidonia con furore

Valentino G. Colapinto

L’intervista all’autore della docufiction su Bruce Lee

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Lo scorso Giovedì 26 agosto si è tenuta presso l’oratorio di San Domenico Savio un incontro/dibattito su Bruce Lee, organizzato dall’associazione culturale “Telemajg”, con la partecipazione di Lorenzo De Luca, autore della docufiction “Dragonland”, in occasione del trentasettesimo anniversario della scomparsa dell’attore cinese.
Moderatore dell’incontro – che ha visto una grande affluenza di pubblico molto interessato, proveniente anche da paesi lontani – è stato il giornalista Claudio Maiulli insieme a sua figlia, Gabriella Maiulli.
L’incontro era stato inizialmente previsto nel Salone delle Feste del Palazzo Comunale, ma un imprevisto dell’ultimo momento ha costretto l’organizzazione a correre ai ripari, trovando per fortuna un’alternativa valida in poche ore. Per l’occasione, il gentilissimo De Luca ci ha concesso un’intervista tutta da leggere.

Il Mito di Bruce Lee: perché è ancora vivo a 37 anni dalla sua morte? Che cosa aveva di così speciale il piccolo grande drago di Hong Kong?
Bruce Lee aveva il carisma che solo i grandi posseggono: nulla a che vedere con la bravura (sebbene fosse anche un ottimo attore), ma quel qualcosa che buca lo schermo. Spostava aria con la sua sola presenza, era un innovatore, qualcuno in cui credere, ed era un genio molto avanti al suo tempo: per questo è più facile comprenderlo oggi che allora. Bruce Lee è stata la prima superstar etnica, l’eroe delle masse oppresse.

Sintetizzando, secondo te com’è morto Bruce Lee nel 1973? E la sua morte è collegata a quella del figlio, Brandon, nel 1992?
Credo Bruce Lee sia stato assassinato dalle Triadi, perché, come un elefante in una cristalleria, aveva scardinato un sistema, quello del cinema di Hong Kong, da sempre gestito da produttori mafiosi. Inoltre aveva oltraggiato – dal loro punto di vista – il regista Lo Wei, che lo diresse nei primi due Gongfupian, e il producer Run Run Shaw, il più importante dell’Asia, rifiutandosi di lavorare per lui. E per questo fu assassinato. Come? Con un veleno non riscontrabile in autopsia, a meno che non si voglia davvero credere che il simbolo della salute e della forza sia stato accoppato da un’aspirina, come disse la versione ufficiale.
Brandon, che ebbi il privilegio di incontrare tre volte, mi disse che era sua intenzione far riaprire l’inchiesta sul padre, perché né lui, né suo zio Robert (fratello minore di Bruce), né sua nonna Grace, la mamma del Piccolo Drago, credettero mai alla morte per disgrazia, come invece ha prontamente fatto la mamma Linda Lee, moglie di Bruce. Anche Brandon è stato deliberatamente assassinato, e se non fu fatta chiarezza lo si deve all’accordo extragiudiziale prontamente firmato da Linda Lee e sua figlia Shannon, che si beccarono un sacco di soldi rinunciando ad andare avanti con la causa. Tutto qui!

Tu sei considerato il più grande esperto di film di arti marziali di sempre. Cosa ne pensi dei nuovi film d’azione americani girati dopo Matrix, ricorrendo ai coreografi cinesi e a un uso sempre più massiccio della computer grafica?
Ci sono esperti molto più esperti di me, semmai mi riconoscono il merito di essere quello di più antica data, poiché quando uscivano i miei libri in Italia c’era poco. Ma oggi, con internet, per fortuna le cose sono migliorate.
Riguardo ai pochi film di kung-fu che si fanno ora con gli fx digitali o l’uso di cavi per volare, sono fintissimi e da cartone animato, visibilmente fasulli! Come Jet Li, un Bruce Lee pechinese, una grande montatura creata dal governo cinese (e qualcuno sostiene anche dalle Triadi) per sdoganarsi in Occidente.
No, disprezzo qualunque film di kung-fu con i trucchi eccessivi, è un insulto che va bene per bambini o ragazzi decerebrati cresciuti che esistevano già le playstation. Terrei però d’occhio Tony Jaa, uno stuntman thailandese che fa film d’azione vecchio stile.
Io sono per un cinema antropocentrico, cioè dove l’uomo e non la macchina deve essere al centro. Ma è solo la mia opinione ovviamente… cioè quella giusta!

Il Cinema di genere italiano, il cosiddetto “cinema trash”: prima di Tarantino ne parlavate bene solo tu e pochissimi altri. Adesso è stato rivalutato un po’ da tutti, sia dai critici sia dal pubblico. Come mai questa moda, che a volte sembra voler mettere acriticamente tutto sullo stesso piano, esaltando indistintamente film come “Django” a cose tipo “Viva la Foca”? E secondo te potrà mai risorgere un cinema di genere italiano paragonabile a quello degli anni ‘70?

Ormai la rivalutazione del cosiddetto B-movie è un conformismo, spesso fatta da gente che secondo me cavalca solo la moda (valga per tutti Stracult, che tenta di far credere che la mia generazione andava a vedere indistintamente Castellari e Lory Del Santo, mentre forse ci andavano gli autori di Stracult). Esiste il buon film e il film brutto e l’etichetta trash li accorpa tutti, purché commerciali: non è vero!
E non penso quel cinema di genere potrà tornare: lo dico a ragion veduta, l’ultimo spaghetti-western l’ho scritto io nel 1994 con Castellari, “Jonathan degli orsi”. Ho scritto diversi film di genere e alla fine gli unici incassi li hanno fatti i cinepanettoni cui collaborai, che in fondo è un genere anche quello.
Inoltre, è mutato il pubblico: chi va al cinema oggi sono per lo più ragazzetti col telefonino sempre acceso, che seguono un film proprio come seguirebbero Amici della De Filippi, e se gli parli di western o di Bruce Lee non sanno che roba sia, sa di vecchio, il che spiega il proliferare del Moccismo.
E poi in Italia non ci sono produttori disposti a rischiare. Anzi, non ci sono produttori! Ci sono solo morti di fame che fanno film con i soldi presi dalla tv e dal Ministero, dunque per lo più film omologati. Avremo sì e no due produttori veri. Uno dei due è De Laurentiis, mio amico peraltro: sono anni che ha nel cassetto “L’impero dei Draghi”, un mio copione che mixava Arti Marziali e Gladiatori (ispirò anche un romanzone di Valerio Manfredi). E nel cassetto resterà, perché poi Aurelio, che pure è un sincero fan dei film di Kung-Fu (non a caso è uno degli ospiti di Dragonland, il mio dvd), batte sempre il più rassicurante sentiero della Commedia.

Ci puoi dare qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri? E che consigli daresti a un ragazzo che oggi vorrebbe lavorare nel cinema?

Progetti ne ho più di uno ma per scaramanzia taccio. Quanto ai giovani, io stesso sono relativamente giovane e non ritengo di essere nessuno per dare consigli. Ognuno può arrivarci da solo, chi con un iter regolare (scuole, corsi, centro sperimentale, raccomandazioni etc.), anche se poi in genere sono quelli che finiscono a fare le notti prima degli esami e le mocciate, cioè le fiction travestite da cinema; oppure ci si può arrivare in maniera irregolare come me, che ho creduto profondamente in un sogno finché non l’ho fatto succedere, catalizzando l’attenzione del maestro Enzo G. Castellari, che venti anni fa mi prese sotto la sua ala, prima che parlare bene di Castellari diventasse una moda paracula alla Stracult.
Occorrono Culo, Passione e, sì, un pizzico di talento. Ma come mixarli non saprei, non l’ho ancora imparato nemmeno io, e tuttavia forse proprio questo disordine mi ha permesso di ottenere qualche risultato non malaccio, come aver realizzato con 15.000€ “Dragonland”, l’unico documentario sulla storia del cinema del Kung-Fu che ha visto partecipare leggende internazionali del calibro di Gordon Liu, Franco Nero, Fred Williamson, Liu Chia Liang, Bud Spencer e tanti altri.
Anche perché oggi di attori italiani famosi nel mondo non ce ne sta manco uno, al massimo arrivano a Lugano.

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Commenti

  • MORK (utente non verificato)

    UNA STUPENDA SERATA PER RICORDARE IL MITO DI BRUCE LEE, COMPLIMENTI PER L’ORGANIZZAZIONE……………