Giuliano Foschini: quindici passi dalla verità

Valentino G. Colapinto

L’intervista al giornalista in occasione del festival

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In occasione del Festival Letterario A Testa in Sud che si svolgerà ad Acquaviva il 30, 31 agosto e 1 settembre, Acquavivalive ha intervistato alcuni degli autori che vi parteciperanno. Oggi è il turno del giornalista Giuliano Foschini (Barletta, 1981), che parteciperà alla serata del 30 agosto: “Dal Sud per informare: Giornalisti senza Bavaglio”. Foschini lavora a Bari nella redazione di Repubblica e collabora con L’Espresso. Si occupa soprattutto di scandali e malaffare; scrive principalmente di pubblica amministrazione, università e ambiente. Il saggio “I Quindici Passi” è il suo primo libro.

Raramente un reportage giornalistico ha riscosso tanto clamore e coinvolgimento popolare com’è avvenuto per i tuoi “Quindici Passi” nella città di Taranto. In questo libro coraggioso hai raccontato come Taranto sia la città più inquinata d’Europa, un “non luogo della bellezza”, e l’ILVA un vero e proprio “vulcano democratico”, che uccide silenziosamente senza fare distinzioni. Eppure oggi il destino dello stabilimento è ancora un dilemma che spacca l’opinione pubblica locale, divisa tra le famiglie che vivono grazie ai salari dei suoi operai e quelle che hanno vissuto il dramma di tumori o altre patologie ricollegabili all’enorme inquinamento prodotto dai suoi impianti. È possibile trovare una terza via che riesca a riconciliare le opposte e rispettabilissime esigenze della salute e del lavoro, senza presentarle, cosa che invece spesso è avvenuta e avviene tuttora, come un aut aut?

Per Taranto, per la Puglia e per tutta l’Italia, l’unica soluzione possibile è quella della terza via. Una strada che riesca a unire ambiente e industria, sostenibilità e sviluppo. Non si tratta di un’utopia: in tutto il resto di Europa e del mondo le acciaierie esistono e lavorano, con volumi simili a quelli dell’Ilva, senza conseguenze così devastanti per la popolazione. Perché possa esistere una terza via è necessario però che le aziende spendano denaro per migliorare gli impianti e aggiornarli alle migliori tecnologie possibili. Ed è altrettanto necessario che le istituzioni facciano la propria parte: servono leggi chiare e sicure, servono controlli efficaci ed eventualmente pene certe e immediate. Accanto a tutto questo è necessario un ruolo sempre più da protagonista da parte della società civile: oggi Taranto paradossalmente non deve fare tanto i conti con il problema ma con la percezione del problema. Serve una consapevolezza della cittadinanza, devono sapere e capire cosa respirano, perché lo fanno e per colpa di chi lo fanno. È necessario che i ragazzi studino, diventino coscienti, propongano alternative credibili, diano scacco matto alle multinazionali, salvino la pelle non soltanto con le proteste e con le denunce ma offrendo alternative scientificamente provate, credibili, attuabili. Soltanto così, secondo me, Taranto potrà avere un futuro.

Per scrivere il tuo libro, hai fatto un lavoro molto approfondito di ricerca sul campo e hai raccontato le storie di gente comune, che ha vissuto sulla propria pelle il dramma dell’ILVA. Prendendo come modello Gomorra e condividendo l’opinione di molti autori e critici, ritieni anche tu che il compito dello scrittore sia oggi quello di raccontare essenzialmente la realtà nei suoi aspetti più drammatici e contradditori e che sia necessario ritornare a una letteratura impegnata, com’era quella italiana prima del cosiddetto riflusso degli anni ‘80?

Io non sono uno scrittore. Sono un giornalista e mi piacerebbe rimanerlo. In Quindici passi ho cercato di dare un respiro più ampio a una storia di cronaca che secondo me e secondo Mario Desiati, uno dei migliori scrittori italiani e il direttore editoriale della mia casa editrice , la Fandango, meritava di essere raccontata con attenzione. In tutti questi anni per la distrazione dell’informazione, per colpa forse anche mia e dei miei colleghi che in questi anni abbiamo sottovalutato il problema, il caso Taranto non è esistito sulle cronache dei giornali o nei servizi televisivi. Eppure parliamo della città più inquinata di Europa, di un caso terribile e incredibile. Oggi quando ho presentato Quindici passi lontano dalla Puglia, la reazione più comune è stata l’incredulità. Al termine del dibattito sono stato avvicinato sempre da persone che mi facevano tutte la stessa domanda: "Ma perché mai nessuno ci ha raccontato questa storia?". Ecco, io penso che i giornalisti, gli intellettuali, un certo tipo di scrittori debbano raccontare storie che nessuno racconta.

Sei stato invitato a partecipare il 30 settembre alla serata del Festival Letterario dedicata ai “Giornalisti senza Bavaglio”, perché, oltre che con il tuo libro, con il tuo lavoro quotidiano dimostri di appartenere alla gloriosa stirpe dei giornalisti investigativi. Purtroppo oggi, sempre più spesso, il lavoro di giornalista è ridotto alla pubblicazione di comunicati stampa, lanci di agenzia o comunque notizie già preconfezionate e indorate in maniera tale da non dispiacere ai potenti, che siano essi politici, grandi aziende o lobby di vario genere. Pensi che il giornalismo di denuncia sia avviato a scomparire? Oppure che sopravvivrà solo su pochi blog e siti internet indipendenti?
Innanzitutto la dizione di giornalismo di denuncia a me non piace. Secondo me esistono i giornalisti, punto e basta: quelli cioè che camminano, guardano, parlano, chiedono e poi cercano di raccontare il tutto, senza omissioni, cattiverie, livore, con il massimo dell’obiettività e la buona fede possibile. Questo si può fare raccontando una partita di calcio oppure gli affari loschi di un politico. Quelli che in questo mestiere vedono una missione, lo dico con sincerità, a me fanno un po’ paura. Li trovo pericolosi. La notizia, in un articolo, non può mai essere nella firma.
Per quanto riguarda, poi, quella che chiamano "censura", mi viene da sorridere. Io ho la fortuna e l’onore di lavorare in un grande giornale come Repubblica. Non mi è mai capitato, mai, che qualcuno mi dicesse "no questa cosa non la scriviamo". E sono sicuro, perché lo vedo lavorando con i colleghi gomito a gomito, che quasi mai accade nelle altre testate. Sia chiaro, ciascun giornale ha una sua linea editoriale, politica, e quindi ha una sua gerarchia delle notizie. Ma per chi fa il giornalista, una notizia è una notizia. Proprio per la considerazione, il rispetto che ho per chi fa il mio mestiere, tendo a diffidare dei blog e dai siti Internet indipendenti: spesso raccontano cose vere, molto spesso bufale. Non ci sono controlli e quasi sempre le cose vengono raccontate con il piglio del qualunquismo, della rabbia, dell’invidia non del professionismo. Sono stati proprio i blog e i siti indipendenti i primi artefici della campagna diffamatoria contro Roberto Saviano, accusato in giustamente di plagi.
Detto questo, chi pensa di mettere a tacere Internet è uno stupido. Ritengo invece che il futuro sia puntare sulla qualità delle news in rete: chi ha voglia di informarsi, chiaramente, preferirà andare a leggere cosa scrive Repubblica, il Corriere, la Stampa perché è un bollino di serietà. Andrà sul blog di Giuliano Foschini, piuttosto, chi è curioso di conoscere il mio punto di vista.

Si discute ormai da tempo a proposito di leggi sulle intercettazioni (la famosa “Legge Bavaglio") e dei presunti abusi dei giornali nella pubblicazione di notizie concernenti le inchieste giudiziarie. Tu stesso ti sei occupato di inchieste scottanti, come quella riguardante Tarantini e la D’Addario, e hai vissuto questo problema in prima persona, venendo accusato di ricettazione di atti giudiziari rubati. Polemiche a parte, ritieni che sia comunque utile modificare in qualche maniera l’attuale legislazione in materia? E dove finisce, secondo te, il dovere di cronaca e comincia il diritto alla privacy?
Penso che l’attuale legge garantisca il dovere di cronaca e sancisca il diritto alla privacy. In tema di intercettazioni telefoniche, per esempio, tutte le conversazioni che leggete sui giornali sono quelle trascritte. Quindi, sono quelle che un magistrato e un giudice hanno ritenuto essere penalmente rilevanti. Ora mi chiedo: perché quando queste carte vengono rese note alle parti, e quindi pubbliche, non possono finire sui giornali? Spesso quelle conversazioni sono uno strumento di accusa ma anche di difesa. Ci sono centinaia di casi in cui le intercettazioni hanno dimostrato l’estraneità di alcune persone a determinati fatti e la loro pubblicazione sono servite ai lettori per farsi un’idea più corretta rispetto a un fatto. Se in alcuni casi, come è accaduto, ci sono state degli errori, è necessario punire i singoli fatti e non provare a cambiare le regole che, invece, secondo me sono corrette. A me è accaduto, così come spesso succede a molti colleghi, di finire indagato in un’indagine per le fughe di notizie: colpiscono noi, ci sequestrano il materiale con cui lavoriamo, scavano nella nostra vita privata per cercare di risalire alle fonti che ci forniscono le notizie. Non è una sensazione piacevole per una persona per bene vedere poliziotti che frugano in casa tua. Ma quelle persone fanno il loro lavoro, onestamente. I magistrati, bene o male che sia, lo stesso. A muoverli è la legge. E’ giusto quindi essere sereni, avere fiducia e soprattutto rispetto.

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