Davide Carlucci: il coraggio della verità

Valentino G. Colapinto

L’intervista al giornalista

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In occasione del Festival Letterario “A Testa in Sud” che si svolgerà ad Acquaviva il 30, 31 agosto e 1 settembre, Acquavivalive ha intervistato alcuni degli autori invitati. Oggi è il turno del giornalista Davide Carlucci (acquavivese classe 1969), che parteciperà alla serata del 30 agosto: “Dal Sud per informare: Giornalisti senza Bavaglio”. Curriculum vasto per Carlucci che dal 2000 scrive per la Repubblica, prima per la redazione di Bari e dal 2007 a Milano, dove si occupa prevalentemente di cronaca giudiziaria.
Laureato in Lettere moderne, ha frequentato l’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino. Ha collaborato con il Manifesto e diverse altre testate, tra le quali L’Espresso, ed è stato redattore, a Modena, del quotidiano Ultime notizie. Ha seguito varie inchieste sul nepotismo e sugli scandali nelle Università.
Ha scritto inoltre di ambiente, criminalità organizzata, terrorismo ed economia.
Finora ha pubblicato due libri: “Un Paese di Baroni. Truffe, favori, abusi di potere. Logge segrete e criminalità organizzata. Come funziona l’università italiana” (Chiarelettere, 2009) con Antonio Castaldo e “A Milano comanda la ‘Ndrangheta” (Ponte alle Grazie, 2009) con Giuseppe Caruso.

Sei stato invitato a partecipare il 30 settembre alla serata del Festival Letterario dedicata ai “Giornalisti senza Bavaglio”, perché, oltre che con i tuoi libri, con il tuo lavoro quotidiano dimostri di appartenere alla gloriosa stirpe dei giornalisti investigativi. Ricordo, per esempio, un servizio in cui ti fingesti extracomunitario per raccontare la vita degli stranieri schiavizzati come raccoglitori di pomodori nel Tavoliere delle Puglie. Purtroppo oggi, sempre più spesso, il lavoro di giornalista è ridotto alla pubblicazione di comunicati stampa, lanci di agenzia o comunque notizie già preconfezionate e indorate in maniera tale da non dispiacere ai potenti, che siano essi politici, grandi aziende o lobby di vario genere. Pensi che il giornalismo di denuncia sia avviato a scomparire? Oppure che sopravvivrà solo su pochi blog e siti internet indipendenti?
Non penso che il giornalismo di denuncia sia destinato a scomparire. L’esistenza di blog d’informazione indipendenti è un arricchimento, una risorsa in più, dove magari possono trovare spazio notizie che non riescono ad arrivare per vari motivi sui giornali tradizionali e grazie a cui si può fare pressione sui mass-media, affinché rettifichino determinate “versioni ufficiali”.
Oggi, purtroppo, da parte di alcuni giornali c’è un uso distorto e strumentale del giornalismo d’inchiesta. Mi riferisco all’odiosa pratica del dossieraggio e del susseguente linciaggio mediatico, che, per esempio, in questo momento sta colpendo il presidente della Camera, Gianfranco Fini.
È giusto che di tutti si sappia tutto, ma sono il modo e i tempi di queste inchieste che le rendono assolutamente poco credibili e non conformi al vero giornalismo d’inchiesta, che è sempre disinteressato e al servizio non dei potentati politico-economici, ma dei lettori e della verità.

Da sempre sei specializzato nell’occuparti di casi scottanti: dal nepotismo alla criminalità organizzata, dalle ecomafie a scandali di varia natura. In particolare, il tuo libro “A Milano comanda la ‘Ndrangheta” è sembrato a molti quasi profetico, in quanto ha anticipato almeno di un anno la recente maxi-inchiesta che ha portato all’arresto nella “(ex?) capitale morale d’Italia” di quasi 300 persone ritenute affiliate alle cosche calabresi e all’inquisizione di ben 160 imprese. Eppure questa infiltrazione capillare delle mafie nella realtà lombarda (e padana in generale) è stata a lungo e con forza negata da alcuni partiti politici, uno per tutti la Lega. Quando si parla di “regioni infiltrate dalle mafie” si pensa subito a Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, eppure pochi sanno che è invece proprio la Lombardia la quarta regione in Italia per densità criminale. A cosa credi che sia dovuta questa errata percezione del fenomeno e come si può evitare che il contagio mafioso si estenda a tutta la penisola?

C’è ancora oggi uno stereotipo geografico che relega il fenomeno mafioso alle zone più arretrate socialmente ed economicamente del Meridione, ma ciò è assolutamente falso. L’infiltrazione mafiosa al nord risale addirittura alla fine degli anni ’50 con l’istituto del soggiorno obbligato.
In realtà, il caso Lombardia dimostra che anche una delle regioni più ricche e avanzate d’Europa è permeabile alle mafie, e in particolare alla ‘Ndrangheta.
Com’è possibile che una mafia apparentemente così arcaica e legata a un territorio, la Calabria, che è tra i più poveri d’Europa, dimostri poi una tale capacità espansiva? C’è già un precedente importante: quello dell’esportazione di Cosa Nostra dalla Sicilia agli Stati Uniti d’America nella prima metà del ‘900.
Tutto ciò ha portato molti studiosi a interrogarsi sul rapporto tra economia di mercato e criminalità organizzata. Secondo queste teorie, la mafia è la prosecuzione del capitalismo con altri mezzi e in ogni società capitalistica è inevitabile prima o poi l’insorgenza del fenomeno mafioso, come per esempio è accaduto nella Russia post-comunista. L’infiltrazione delle ‘Ndrine in Lombardia è finalizzata sia a insediarsi in una delle regioni con il PIL più alto d’Europa che a compiere una scalata al potere politico, in quanto da diversi anni il baricentro della politica si è spostato da Roma a Milano.
L’inchiesta che citi ha portato alla luce gli come uomini dell’Ndrangheta, alla ricerca degli agganci giusti, guardino con molta attenzione, per esempio, ai Circoli della Libertà della Brambilla o a uomini politici prevalentemente di centro-destra.

Un altro tema che ti sta molto a cuore è il nepotismo nelle Università, una triste peculiarità tutta italiana, che spinge ogni anno tantissimi ricercatori a trasferirsi all’estero per ottenere quel meritato posto, che qui in Italia viene loro negato dal solito “figlio di.” Dobbiamo rassegnarci ad avere un’Università di serie B, in cui alla figlia di Berlusconi è offerta dal rettore una cattedra durante la stessa seduta di laurea, o è possibile riuscire a sconfiggere in qualche modo questo malcostume?
Un tipico tratto italiano è l’esistenza di cricche, cordate, camarille, logge massoniche, associazioni per delinquere di vario tipo, spesso rette da legami parentali, tutte finalizzate al raggiungimento e all’occupazione del potere politico-economico: questo fenomeno è presente anche nell’Università che dovrebbe essere il regno del sapere puro e disinteressato.
Il nepotismo universitario non è più sostenibile e ultimamente sta ricevendo dei duri colpi, sta cominciando a incrinarsi, ma si è così sedimentato nel tempo, che è molto difficile spodestarlo; gli episodi di ribellione si fanno sempre più frequenti, ma questo ancora non basta.
Eppure il nepotismo è il nemico principale della meritocrazia e porta all’impoverimento della classe dirigente meridionale, a causa della fuga di cervelli verso il nord o verso l’estero.

Si discute ormai da tempo a proposito di leggi sulle intercettazioni (la famosa Legge Bavaglio) e dei presunti abusi dei giornali nella pubblicazione di notizie concernenti le inchieste giudiziarie. Tu stesso ti sei occupato di inchieste molto delicate. Polemiche a parte, ritieni che sia comunque utile modificare in qualche maniera l’attuale legislazione in materia? E dove finisce, secondo te, il dovere di cronaca e comincia il diritto alla privacy?
La tutela della privacy dovrebbe riguardare solo situazioni davvero sensibili dal punto di vista della vita privata, come tradimenti extraconiugali o orientamenti sessuali, che in realtà già oggi sono tutelate, contrariamente a quanto si pensa o si vuol far credere. Ma chi occupa posizioni di potere deve essere invece pronto a sottoporsi in tutto e per tutto al vaglio dell’opinione pubblica.
Il vero problema è che in campo giudiziario in Italia da un lato abbiamo un formalismo molto rigido , in base a cui un magistrato non potrebbe in pratica rilasciare quasi nessuna dichiarazione alla stampa,e dall’altro fughe di notizie riguardanti gli atti giudiziari, che sono quasi sempre causate da avvocati, forze dell’ordine o altre figure che hanno accesso agli atti stessi.
Il pubblico ministero è quindi spesso proprio colui che viene maggiormente danneggiato da queste fughe di notizie e in ogni caso è la persona che meglio di qualunque altra è adeguata a tutelare il cittadino.

Diventare giornalista è ancora oggi il sogno di molti giovani, a dispetto delle condizioni molto precarie in cui lavorano tanti tuoi colleghi. Tu sei uno di quelli che l’ha realizzato più che egregiamente. Che consigli dai a un ragazzo o ragazza che voglia intraprendere la tua professione?
Il consiglio essenziale è quello di cercare notizie, fatti importanti che non sono noti, e provare a diffonderle in tutti i modi. Cominciare a proporre ai giornali le proprie notizie e da lì stabilire nel tempo una collaborazione duratura.
Contrariamente al passato , in cui per entrare in redazione era molto importante trovare una raccomandazione politica o di altro genere, oggi il filtro principale per accedere alla professione sono le scuole di giornalismo e quindi l’accesso si è, per così dire, democratizzato. Inoltre, internet permette ormai a tutti di divulgare notizie e farsi conoscere.

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Commenti

  • achisigno (utente non verificato)

    Davide Carlucci è un giovane che ha davanti a sè un’autostrada: ed è per Acquaviva un onore annoverarlo tra i suoi residenti. A lui ed alla sua coraggiosa attività, non possiamo che rivolgere il più fervido augurio, in uno alle più vive e cordiali congratulazioni. Ad majora!