Federico Fiumani risponde ad Acquavivalive

Tiziana Temerario e Vanni Liguigli

Il leader dei Diaframma si concede in un’approfondita intervista

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Non sarà stato facile, per i 500 fan giunti da tutta la Puglia ad assistere al concerto dei Diaframma, riprendersi l’indomani mattina. Un Federico Fiumani in perfetta forma ha saputo accontentare sia l’attenzione commossa dei seguaci di sempre sia le aspettative dei più scatenati, regalando al pubblico un live irripetibile.
Un “oceano che esplode”, come quello di un celebre brano dei Diaframma, è la migliore metafora per descrivere l’incontenibile entusiasmo dilagato all’Oasi San Martino, domenica sera.
Insomma, per la stagione musicale estiva, l’Oasi San Martino non poteva sperare in un’inaugurazione migliore.
Prima del concerto abbiamo incontrato Federico Fiumani, leader e compositore dei Diaframma, al quale abbiamo rivolto qualche domanda.

– Partiamo dall’ultimo album dei Diaframma, “Difficile da trovare” del 2009. Come nasce e come suona rispetto agli altri?
Per me rappresenta un album importante perché, dopo tanti anni, ho avuto la percezione di avere un gruppo vero e proprio, dei musicisti con i quali interagisco molto bene. Suonare in un gruppo significa anche creare dei vincoli solidi di amicizia, perché si condividono le trasferte, i viaggi, i concerti e si finisce con l’empatizzarsi. Così la musica diventa un reale momento di condivisione e di incontro tra le varie personalità. Questa complicità si sente molto nelle canzoni di questo album: ci sono molte aperture strumentali, cose che negli album degli anni ’90 non c’erano, proprio per la volontà di valorizzare i musicisti.

– Dopo centinaia e centinaia concerti, con quale stato d’animo affronta oggi il palco?

Le emozioni non finiscono mai. Ogni volta magicamente si ricrea un’emozione nuova. Quindi, finché mi sostiene la voglia di sfidare il pubblico, e quindi anche la mia timidezza, è sempre bello suonare. E poi è il mio mestiere, non potrei fare altro.

-La vostra musica è nata in un contesto storico-culturale ben definito, quello del post punk e della new wave dei primi anni ’80. Parlando del vostro pubblico, qual è, secondo lei, il filo rosso che lega i vostri aficionados storici a chi gli anni ’80 non li ha nemmeno vissuti?
Forse una particolare sensibilità che, miracolosamente per me, si è rinnovata di generazione in generazione. Negli anni ’80 avevo la stessa età dei miei fan e, quindi, era forse più facile rivolgersi al pubblico. Però, poi andando avanti negli anni ho scoperto con piacere che anche molti giovani ci seguivano, determinando un notevole ricambio di pubblico: ai nostri concerti ci sono i fan degli anni ’80, ma anche molti molti giovani. Penso sia proprio questa particolare sensibilità, che evidentemente ho, che dice qualcosa anche alle generazioni più giovani.

– Nel 2008 è uscito “Il Dono” tributo ai Diaframma, inciso da Marlene Kuntz, Tre Allegri Ragazzi Morti, Le Luci della Centrale Elettrica, The Niro, Il Genio e molti altri. Alla luce di questo omaggio, è lecito ritenere che ci siano artisti che si inseriscono nel solco della vostra musica. Quanto e cosa crede abbiate trasmesso a questi gruppi, in termini di sonorità e di testi?
Con consapevolezza, niente. Nel senso che ,se ho dato un esempio, è stato involontario. Forse ho trasmesso l’idea di unire testi in italiano a musiche di stampo anglosassone. Siamo stati un po’ i primi a farlo nell’81-’82. Credo che la scena fiorentina in generale di quegli anni abbia fatto scuola: noi, i Litfiba e i gruppi che per primi hanno unito il rock all’italiano.

– Visto che ha citato i Litfiba, lei cosa ne pensa della loro recente reunion?

Mi fa piacere. Mi fa piacere e mi incuriosisce un po’, perché sia Piero Pelù che Ghigo Renzulli erano arrivati a voler condurre carriere da solisti. Però, mi fa piacere, anche perché rivive in me un’infinità di ricordi e di momenti trascorsi insieme. Certo, magari non saranno proprio gli stessi degli anni ’80, ma sarebbe stato molto difficile ricreare lo stesso gruppo.

– Lei ha suonato con gli Zen Circus, The Niro e Dente. In “Andrea torna al rock” cita anche Francesco Bianconi, cantante dei Baustelle. È quindi evidente il suo interesse verso la nuova scena indipendente italiana. Ci sono altri gruppi con i quali lei potrebbe collaborare?

No, per ora sono apposto. Ho suonato con questi gruppi perché mi piace la loro musica. Ora, non perché sono in Puglia, ma per me la scena pugliese, quella leccese in particolare, ha gruppi molto interessanti: Il Genio e i Superpartner, per esempio, sono i miei preferiti insieme ai Baustelle.

– Visto che storicamente i Diaframma si collocano nella scena della musica “underground” italiana, sarebbe interessante sapere cosa ne pensa del progetto “Il Paese è Reale” , promosso dagli Afterhours, di far uscire la musica indipendente dalla nicchia in cui è relegata per farla conoscere al grande pubblico (vedi la partecipazione della band milanese al Festival di Sanremo dello scorso anno).
Manuel Agnelli (n.d.r. cantante e chitarrista degli Afterhours) è tanto che ci prova: prima con il festival “Tora!Tora!” che coinvolgeva moltissimi gruppi italiani, poi quando il festival è finito ha riciclato l’idea, peraltro lodevole, ne “Il Paese è Reale”. Che dire? È comunque un’operazione che ha una convenienza per sé, l’autoproclamarsi paladino dell’underground, però sicuramente fa anche comodo a dei gruppi. Diciamo che non si va troppo per il sottile, si cerca di far affermare una scena e serve qualcuno che faccia da rompi-ghiaccio. Se il fine era far conoscere questa musica, mi sembra che ci sia almeno in parte riuscito. Quindi, in linea di massima, è un’iniziativa lodevole.

-Tornando a lei, ha scritto tre libri: “Diaframma, track by track”, “Dov’eri tu nel ’77?” e “Brindando coi demoni”. Musica e scrittura, due forme espressive simili eppur diverse. In che misura l’ha coinvolto la scrittura di un testo letterario? Ed in cosa differisce dalla stesura di testi per la musica? O forse, secondo lei, non ci sono differenze sostanziali tra le due cose?
I contorni sono molto sfumati. Parlo del mio caso: io non sono uno scrittore, sono un rockettaro che scrive dei testi. Ho sempre scritto anche poesie e mi è sempre piaciuto. A volte è successo che una poesia diventasse un testo tramite un adattamento metrico. Ultimamente, quando scrivo le canzoni, tendo a privilegiare una frase che mi viene magari suonando degli accordi e da quella frase, poi, costruisco il testo. La frase dev’essere forte, del tipo “la mia ragazza dorme la domenica mattina”, per me è una frase forte e da lì ci costruisco una sceneggiatura che poi diventerà il testo.

– A proposito di questo, quanta letteratura c’è nei suoi testi?
Più poesia, che letteratura. L’unico disco a mio avviso realmente letterario è “Volume 13”, perché in quel periodo stavo leggendo davvero tantissimo e sono stato molto influenzato da Alberto Moravia, che è il mio scrittore preferito. Però, come dicevo, c’è più poesia che letteratura. Questo perché io resto essenzialmente un rockettaro: credo molto nella musica rozza, immediata. A me piacciono anche i testi “brutti”, perché la concezione alta della poesia la considero un po’ stancante, probabilmente è per pochi eletti la vera alta poesia. Mi piace il rock proprio perché non ha grosse pretese letterarie. Tanti gruppi nuovi che danno molta importanza alla letteratura, li considero molto verbosi ed anche molto noiosi.

– Una domanda forse scontata, ma preziosa per molti. Dopo quasi 30 anni di brillante carriera e di passione per questo mestiere, cosa si sente di consigliare alle band emergenti?
Di far scrivere i testi al più tormentato del gruppo, di essere se stessi, di non farsi mai grosse illusioni e poi se c’è il talento qualcosa verrà fuori. Le persone tormentate, se hanno davvero talento, scrivono forse le cose più interessanti, perché altrimenti si finisce col dire cose rassicuranti che bene o male tutti sappiamo.
Poi comunque ogni gruppo fa storia a sé. Il bello della musica , ed anche il terribile, è che non ha logica: ad esempio, il primo disco dei Nirvana (“Bleach”) costò 600 dollari e poi ha venduto, non so, circa 3 milioni di copie, invece altre megaproduzioni non hanno venduto nulla. Non c’è logica. La musica è precaria, imprevedibile ed è sempre in crisi. La musica è come un individuo: se ha la febbre vuol dire che è vivo, se non ce l’ha vuol dire che è morto. Per questo sarà sempre difficile affermarsi, ma ciò permette di tirar fuori il meglio di sé. L’artista deve sempre lavorare in una condizione di precarietà e di malessere, perché la creazione artistica è la volontà di voler rifare il mondo in quanto il mondo in quel momento non ti piace.

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Commenti

  • terryon83 (utente non verificato)

    complimenti

  • mardou (utente non verificato)

    E’ un onore che ad Acquaviva abbia suonato un musicista di questo calibro.