Prostituzione e sfruttamento: c’è chi si oppone

Francesco Radicci

L’Ass. Micaela presenta il progetto Kairos per accoglienza e reinserimento sociale

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«Migliaia di ragazze nigeriane, molte delle quali ancora minorenni, vengono reclutate nei loro villaggi con la promessa di un lavoro in Italia.

Ad adescarle, il più delle volte, sono persone del posto, vicine alla famiglia e non nuove a pratiche simili. Garantiscono la stessa buona sorte di altre giovani donne già andate via, lavori da cameriere o baby-sitter e connazionali disposte ad attenderle e ospitarle.

Ottengono così l’autorizzazione di padri e fratelli e provvedono a reperire i documenti necessari per l’espatrio, quasi sempre falsi e riciclati. Durante il tragitto le ragazze sono accompagnate a destinazione da un uomo che non conoscono.

Una volta arrivate, e solo allora, viene detto loro di aver contratto per le spese del viaggio un debito di alcune decine di migliaia di euro, estinguibile solo prostituendosi e assicurando continue somme di denaro in cambio di vitto, alloggio, vestiti e, addirittura, per la concessione del ‘pezzo di strada’ su cui lavorare. Il tutto con la minaccia di gravi lesioni (sfregi, ustioni), o morte, e ripercussioni sulle loro famiglie.

La maggior parte delle ragazze, a quel punto, vede nella prostituzione il male minore».

È la storia di quasi tutte le donne di colore che popolano le nostre strade di provincia.

A raccontarla è Patrizia Caiulo, educatrice dell’Associazione ‘Micaela’ onlus, che venerdì scorso ha incontrato gli studenti dell’ITC Colamonico di Acquaviva per parlare di fenomeni migratori e diritti della donna, in un percorso formativo e di sensibilizzazione giovanile sul tema ‘La tratta delle schiave, dallo sfruttamento all’accoglienza’.

Durante l’incontro, introdotto dalla visione di un cortometraggio (dal film ‘All human rights for all’), è stato anche presentato ‘Kairos’, progetto di assistenza che offre, a ragazze fuoriuscite dal circuito della tratta e della prostituzione, la possibilità di trovare un luogo di accoglienza e reinserimento nel tessuto sociale.

«Quelli dell’immigrazione clandestina e dello sfruttamento della prostituzione – ha spiegato Caiulo – sono fenomeni fondamentalmente nascosti dei quali riusciamo a scorgerne solo la punta dell’iceberg, ossia quelle ragazze che incrociamo sulle nostre strade.

In realtà, esiste una vera e propria tratta. Darne una definizione univoca è molto difficile perché assume connotazioni, forme e sfaccettature sempre nuove e diverse, per cui le operazioni di contrasto sono assai complesse. Le vittime – ha continuato l’educatrice – sono soprattutto nigeriane, ma anche giovani ragazze di Paesi balcani ed ex repubbliche sovietiche.

Anche il reclutamento cambia a seconda della provenienza. In Africa adesso c’è una consapevolezza leggermente maggiore, ma lì le condizioni di vita sono drammatiche e, per tante donne, l’unica possibilità di migliorarle è il cosiddetto viaggio della speranza.

In Albania molte ragazze sono adescate da presunti fidanzati con la promessa di matrimonio, oppure letteralmente vendute da genitori e fratelli, mentre per i Paesi dell’Est generalmente si ricorre a normali annunci di lavoro veicolati da agenzie fittizie e, per il loro ingresso, a documenti falsi, visti turistici o clandestinità.

Nell’ultimo periodo – ha concluso Caiulo – sono aumentate anche ragazze cinesi e colombiane, così come è cresciuto il numero delle minorenni».

Secondo stime fornite dall’Oim (Istituto Internazionale Migrazione), le vittime della tratta delle schiave ogni anno sarebbero circa 1 milione (a scopo sessuale, lavorativo e di accattonaggio), 500 mila solo in Europa, da 19 a 26 mila in Italia.

Per questo motivo sono progressivamente aumentate le misure preventive, dissuasive, repressive e di sostegno e assistenza. «La liberazione – ha avvertito suor Nieves Rodrìguez, responsabile dell’Associazione ‘Micaela’ – è difficilissima ma possibile.

Ciò che è difficile è che le ragazze possano farcela da sole. Esiste un numero verde (800290290) che raccoglie richieste di aiuto e le smista a seconda delle caratteristiche. Ma soprattutto, occorre una coscienza sociale e personale che ci convinca che in una cultura avanzata la tratta è un crimine».

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