«Puoi anche non studiare, l’importante è che tu sia sempre onesto e pulito»

L’università e i suoi problemi: riflessioni sulla presentazione del libro “Un paese di baroni”
“Complimenti per il compito ma non è farina del tuo sacco” è la conclusione del maestro di scuola elementare, personaggio dell’aneddoto raccontato dal Prof. Sabbà, ricordando un compito a casa della sua infanzia in cui pretese l’aiuto di suo padre.
Il racconto ben racchiude il senso del dibattito tenutosi venerdì nella sala “Alberto Posa”(ucciso mentre tentava di impedire un furto all’interno della cattedrale) del palazzo vescovile, dove le associazioni AReD e Urlo hanno voluto presentare il libro inchiesta “Un paese di baroni”, scritto da Antonio Castaldo e dall’acquavivese Davide Carlucci.
Il professor Sabbà, medico e docente universitario a Bari, è il protagonista di una delle tante storie raccontate nell’opera, improvvisatosi intercettatore ambientale, con il suo registratore in tasca, all’insaputa del suo mentore che gli spiegava le vere regole che venivano seguite nell’ennesimo concorso a cui il nostro “investigatore” avrebbe voluto partecipare. Egli, assieme al professor Martielli, ha provato a integrare l’analisi del mondo universitario operata dal giornalista acquavivese, con osservazioni d’ampio respiro sulle cause dei problemi che affligono il mondo accademico italiano di cui “il baronato è solo uno dei sintomi”.
Ė venuto così fuori il disagio che vive tutta la scuola italiana, a partire da quella elementare, in passato fiore all’occhiello, col passare degli anni demolita, magari per non far sfigurare gli altri livelli. Non solo affari di parentela, ma anche edilizia scolastica, criteri di assegnazione dei finanziamenti statali, scelte politiche nazionali e confusione degli studenti tra diritto allo studio e un presunto “diritto al titolo di studio”.
Così il prof. Martielli, docente dell’università di Bari costretto a dividere il suo ufficio di quattro metri per tre con un suo collega, mentre altri professori mantengono stanze chiuse a chiave ma inutilizzate a sfoggio del loro potere, racconta le sue esperienze di esaminatore nella sua sessantina di appelli annuali relativi a corsi di laurea cancellati anni orsono ma con studenti ancora iscritti, le pubblicazioni di candidati a cattedre contenenti errori grammaticali da seconda elementare, con una passione tale da dimostrare, al di là delle sue stesse parole, che nell’università c’è anche molta gente preparata, che ama il suo lavoro e che si sente offesa da chi invece “corre il rischio di portare avanti un’opera di generalizzazione, perché la denuncia è importante ma bisogna stare attenti a non dare il colpo di grazia alla nostra università”.
Pronta la replica del Carlucci, attento a sottolineare che l’inchiesta non ha la pretesa di descrivere tutta la realtà, ma solo i suoi meccanismi patologici perché “una buona notizia non è una notizia, lo è invece quella cattiva”.
Ma qual è il confine tra trasmissione del sapere e nepotismo?
I due professori sono concordi nelle conclusioni ma diversi nel sottolineare, il Martielli il rischio di creare un opinione comune screditante il sistema e Sabbà l’importanza delle inchieste giornalistiche da cui spesso nascono quelle giudiziarie, andando avanti queste ultime soprattutto grazie alle intercettazioni (almeno fin quando sarà possibile avvalersene): insomma il merito non va precluso in ragione di vincoli familiari, ma allo stesso tempo non deve togliere spazio a chi, attraverso ricerca e didattica, si impone nel proprio settore senza parentele. Esemplare l’esperienza negli Stati Uniti di un collega del dott. Delmonte, interlocutore di un professore d’oltreoceano rammaricatosi del secondo tentativo fallito dal figlio di superare un concorso nello stesso ramo del padre.
“L’università anglosassone non è superiore a quella italiana, ma si differenzia nella mentalità a partire dall’insegnamento dei padri ai figli a camminare con le proprie gambe” la constatazione del Sabbà frutto della sua esperienza negli States, nonché dedica degli autori del libro ai propri genitori.
Ma il concorso non è sempre il miglior modo di selezionare il merito, certo non si deve arrivare ad inventare una cattedra di storia della medicina, nella facoltà di Udine, per trovare un posto al laureato in lettere figlio di un docente, per i due docenti in passato il sistema della cooptazione diretta ha anche funzionato nel mondo della cultura, ma per dirla con le parole del Professor Martielli “i baroni di ieri erano grandi maestri da seguire, certi baroni di oggi sono solo…baronetti”.





Commenti
ABOLIZIONE NUMERO CHIUSO ALL’UNIVERSITA’
http://www.firmiamo.it/abolizionenumerochiusoalluniversita