“Allarme sociale”, il carcere una risposta efficace?

Risponde l’avv. penalista Alessio Carlucci
Negli ultimi tempi sono stati registrati, diffusi in tutta la penisola, molti più casi di stupri, rapine, violenze.
Con i nuovi provvedimenti annunciati dal Ministro Maroni il carcere diventa lo strumento principale per affrontare i problemi per i quali non si vogliono fornire risposte sul piano dell’intervento sociale.
Ma il carcere in Italia può essere una reale ed efficace risposta ai problemi che il nostro paese sta attraversando?
Della questione ne abbiamo parlato con il dott. Alessio Carlucci, avvocato penalista, in qualità di esperto in tema di “carcere, detenzione e provvedimenti detentivi”.
L’avv. Carlucci ha sostenuto che vi è una strumentalizzazione del carcere da parte dei politici.
“Questi vogliono far credere che il fenomeno “criminalità” e il fenomeno “allarme sociale” si possa risolvere con “più carcere” – ha spiegato l’avv. Carlucci ad acquavivalive –
“Ma se dobbiamo usare il carcere come risorsa funzionale è necessario comprendere alcuni concetti che stanno alla base di tutto: Questo luogo dovrebbe rappresentare una sorta di terapia sociale. La pena deve tendere alla rieducazione del condannato nell’interesse, non solo di quest’ultimo, ma anche della società stessa e invece la realtà è un po’ diversa.
L’art. 27 della Costituzione, che è quello che sancisce il fine rieducativo della pena, riaggancia questo principio a quello dell’uguaglianza come pilastro della costituzione. Ma l’uguaglianza non sta nel considerare tutti alla stessa maniera. Le persone nascono diseguali nei confronti delle quali la società e lo stato sono inadempienti. Allora spetta allo Stato rieducare, aiutando il condannato a rimuovere le cause di diseguaglianza che lo hanno portato al crimine.
Per fare ciò è necessario che lo scopo del carcere non sia solo di contenimento e neutralizzazione temporanea del soggetto, ma che abbia una valenza rieducativa per far si che il condannato si riavvicini alla società.
Il problema sta nella gestione del carcere: l’incriminato viene trattenuto come una bestia in una cella di dimensioni troppo piccole, dove è anche difficile muoversi. Non ci sono trattamenti rieducativi, e quest’ultimo è costretto a passare le sue giornate senza far nulla e muovendosi poco.
Adesso direte che se qualcuno ha sbagliato, se ha fatto un torto alla società, non merita altro. E, invece, vi dirò che non è così. Queste persone vanno recuperate nell’interesse della società. É come il buon padre di famiglia che deve insegnare a suo figlio a non fare marachelle. Se non cerca di far capire al bambino che determinate cose non si fanno, il bambino può fare danni, può rompere oggetti in casa. É, quindi, interesse del padre recuperare l’educazione del figlio.
Allo stesso modo lo Stato deve recuperare il criminale per far si che non commetta altri crimini a danno della società. Per fare ciò è necessario che quest’ultimo sconti, si, la sua pena ma che, nel contempo, impari qualcosa. É, innanzitutto, importante evitare l’ozio delle giornate passate a far nulla. Bisogna impegnarli in progetti socialmente utili, in lavori manuali utili alla comunità.
Partendo dal presupposto secondo cui quando questi commettono un reato commettono un danno alla società, allora lo Stato deve pretendere di essere risarcito del danno subito e ciò non in termini economici, altrimenti sarebbero avvantaggiati coloro che si sono arricchiti con il traffico di sostanze stupefacenti, ma con un vero e proprio lavoro, il quale non servirà solo a “ripagare” lo Stato ma anche a responsabilizzare, a rendere partecipi di un progetto più grande che valorizzi i condannati, che li faccia sentire utili e non umiliati. Questo servirà a far capire che per essere uomini non è necessario spacciare morte, rapinare o violentare ma si può essere uomini realizzando qualcosa di più grande e ciò favorirà un avvicinamento alla società anziché relegarli nell’emarginazione.
Dunque un modo per espiare la pena che non umilia ma che esalti la dignità. Non è detto che il condannato deve essere umiliato per scontare una pena. Il momento di espiazione deve essere un momento di avvicinamento non di allontanamento tra stato e criminale. Bisognerebbe, per fare ciò, creare delle comunità dove vengono somministrati trattamenti di recupero e bisogna capire che non si possono trattare, o “non trattare”, allo stesso modo tutti i detenuti. Non si può dare la stessa pena a soggetti che hanno dimostrato una particolare efferatezza nella commissione di un reato e un soggetto alla prima esperienza.
Perchè è così che funziona adesso quando qualcuno va in carcere. L’unica differenza sta nel periodo di detenzione. I soggetti vanno sottoposti ad una valutazione e poi a specifici programmi di recupero, dove vi è un trattamento serio e mirato a capire qual’è il disagio di quel soggetto e a dargli il supporto necessario senza escludere nel contempo l’espiazione della pena.
Altro concetto importante è quello secondo cui i condannati vanno “differenziati”. Che cosa significa?: I soggetti che finiscono in carcere per la prima volta per un reato, man mano ritornano per reati anche più gravi. Questo perchè il “piccolo criminale” vive una situazione di disperazione, situazione che è appesantita dal trattamento disumano carcerario.
Ciò fa si che quest’ultimo si allontani ancora di più dalla società. Ad approfittare della situazione sono i criminali più pericolosi come capi mafiosi i quali, impossibilitati a continuare a delinquere perchè controllati a vista, si servono di questi soggetti disperati e, per tanto, disposti a tutto, per avere rapporti con i loro clan. Sono delinquenti, che hanno una lunga carriera nel crimine, che non si espongono più ma reclutano soggetti intermedi detti “Quadri”. É così che, all’interno delle mura carcerarie, nascono le affiliazioni mafiose che in carcere progrediscono nella scala gerarchica. Affiliazioni che avvengono anche tra criminalità italiana e clan di extracomunitari. Purtroppo si continua ad ignorare questo.
É necessario differenziare i condannati in base ad una serie di requisiti quali grado di pericolosità, tipo di reati commessi ecc. Determinati detenuti non possono essere tenuti insieme ad altri, bisogna creare diversi livelli di detenzione, raggruppare i detenuti a seconda della loro capacità di influenzarsi reciprocamente, in modo da impedire l’arruolamento nei clan mafiosi. Bisogna poi coinvolgerli in progetti positivi come il volontariato o lavori manuali.
Lo stato, dunque, dovrebbe rimodellare il carcere in termini funzionali, razionali, affidandosi realmente alle competenze di psicologi, sociologi, criminologi. Bisogna pensare al carcere come vero strumento di risoluzione di problemi dell’ordine pubblico”.





Commenti
punizioni esemplari, castrazioni chimiche, evirazioni..pene molto ma molto più severe..così va scoraggiato lo stupro, e chi abbia intenzione di commetterlo, controlli maggiori, politica del terrore…altro che recupero, psicologi e terapie, quasi ad invitare i malati di mente a commettere certi reati così dopo si beccano anche cure e sostegno..certi escrementi della società sono irrecuperabili…e noi che ci preoccupiamo di non “umiliarli”…ma per piacere…
Sono sicuro che shaka88 è una persona tutto di un pezzo, sempre ligio alle leggi, e sicuramente non fuma non beve, non infrange il codice stradale e sopratutto paga tutte le tasse, e se qualcuno dei suoi parenti fa qualcosa fuori legge lo denuncia. Una persona timorata di Dio, di cuore e generosa, nata in una famiglia povera, e nonostante tutto lui è venuto su con dei sani principi come si evince dal suo intervento. Se non fosse così non potrebbe scrivere queste cose. Giusto?
avv. carlucci lei ha sicuramente ragione nel ragionare in termini di fine rieducativo della pena e quantaltro, ma in cuor suo io credo ke ragioni come shaka, come credo ragionino tutti(ipocriti e buonisti a parte come lukyluky). ki nn prova rabbia nei confronti di gente ke stupra, viene liberato dopo poco tempo e ritorna a delinquere magari stuprando nuovamente?sn fatti all’ordine del giorno, nn invenzioni.
1-4 Strano ragionamento duce, l’avv, Carlucci ha ragione ma poi secondo te ragiona come te. Boh!!. Io sono buonista meglio di essere un cattivista. Io semplicemente, ragiono in maniera diversa. Dico che in una società profondamente ingiusta alla base, dove i pochi sfruttano i più, è molto semplice scagliarsi contro chi sbaglia, chelo fanno a volte per ignoranza, a volte per bisogno, e anche per ineducazione e basso livello culturale e valoriale.
2-4 Proprio per questo credo che la stessa società deve pagare il prezzo del reinserimento e della rieducazione. Peccato che quelli che sono così categorici e intransigenti con gli stupratori, poi sono così comprensivi con i:corruttori,corrotti,torturatori, evasori,puttanieri,furbi,dritti, scambisti di voto,bugiardi,signorotti, potenti,sniffatori,abusivisti, inquinatori, approfittatori, gente con conti in svizzera, poliziotti corrotti, guerrafondai, piduisti,e monopolisti e potrei continuare.
3-4 Gente che non stupra le ragazze per strada, ma gli basta alzare il telefono e le veline vengono nella propria villa. Tutta gente che sa che i più, saranno come diceva il buon Claudio Lolli (Sempre pronta a pestar le mani a chi arranca dentro a una fossa e sempre pronta a leccar le ossa al più ricco ed ai suoi cani.)
4-4 Tutta gente che si allinea alla campagna di “dalli all’untore” per sviare l’attenzione degli allocchi dai veri problemi. (D. Mills insegna) (Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. (F. De Andrè)
Caro duce, io sarò buonista meglio di essere cattivista. A volte gente come te mi ha definito giustizialista, quando chiedevo pene severe per i potenti. Quando poi mi schiero con i più deboli sono buonista. Sono dalla parte dei più deboli solo perché ritengo, la società e fondamentalmente ingiusta alla base, deviante e prevaricatrice.