Alpa: «una rivoluzione per l’agricoltura del Sud»

Il presidente nazionale Carbone: “La crisi va superata con processi di modernizzazione”
L’agricoltura è in crisi e a risentirne è soprattutto il Mezzogiorno, per il quale da sempre il settore rappresenta la principale risorsa.
A confermarlo, la partecipazione attiva di numerosi cittadini acquavivesi al convegno su ‘Problemi e prospettive per piccoli produttori agricoli’, promosso da Alpa (Associazione Lavoratori Produttori Agricoli) e tenutosi giovedì scorso nella Sala conferenze del Comune.
Alla presenza di presidente nazionale e provinciale Alpa, Antonio Carbone e Pietro Recchia, del coordinatore Cgil Acquaviva, Luca Dinapoli, e del segretario provinciale Cgil, Gianni Nicastri, si è analizzato il difficile momento del nostro comparto agricolo e proposto soluzioni.
Innanzitutto, è emersa la necessità di aggregazione: “A fronte delle scelte del Governo, sempre più orientato a favorire i grandi produttori e le imprese del Nord – ha detto Recchia –, occorre unirsi per controllare i prodotti e accedere a finanziamenti riservati solo a grandi aziende e cooperative. Noi dell’Alpa, a differenza di Coldiretti, Cia e Confagricoltura, ci battiamo per i piccoli braccianti e non è ammissibile che si tolga ai poveri per dare ai ricchi”.
Nicastri e Dinapoli hanno ricordato la manifestazione che si terrà a Bari il prossimo 12 dicembre, incoraggiandone la partecipazione: “Solo con la protesta – ha spiegato il segretario provinciale Cgil – possiamo esprimere un disagio che cresce continuamente (recenti manifestazioni a Sannicandro, Grumo e Bitetto). Occorre visibilità in piazza, ma poi devono seguire provvedimenti seri per una politica di settore e investimenti radicali e immediati”.
Il presidente Alpa, Carbone, durante il suo intervento e poi ad ‘AcquavivaLive’, ha analizzato più in dettaglio la problematica, approfondendone ogni sfaccettatura, dalle cause a possibili soluzioni: “La crisi nasce dal fatto che si è comprato e venduto soldi anziché prodotti, merce. Apparenza e interessi hanno sopraffatto la sostanza. Ciò ha arricchito qualcuno però ha fatto inevitabilmente scoppiare il bubbone. Oramai, siamo arrivati ad un punto di svolta e dobbiamo approfittare di questa crisi per riorganizzare il settore. L’agricoltura deve tornare ad essere fondamentale per il territorio”.
Qual è il principale limite del settore agricolo e produttivo del Sud Italia?
Al Sud non si riesce a valorizzare il prodotto, venderlo per quanto vale. Puglia e provincia di Bari sono zone in cui si produce maggiormente olio ma non esistono strutture e mezzi economici per commercializzarlo. Allora viene venduto a basso costo ad aziende del Nord, che sono in grado di trasformarlo, imbottigliarlo, etichettarlo e infine rivenderlo a prezzi molto più alti anche al Sud.
Quindi, nel Mezzogiorno, occorre una vera e propria rivoluzione industriale?
Certamente. È estremamente necessaria una rivoluzione agricola e industriale, a cominciare da una modernizzazione e riorganizzazione complessiva del settore. Bisogna produrre in loco ed esportare il prodotto finito, solo così peserà sul mercato per quel che vale.
Non crede che i problemi attuali siano conseguenza di altri più atavici e ritardi cronici del Sud rispetto al Centro e Nord Italia?
Il Sud è sempre stato ricco di prodotti ma povero di reti. È arrivato il momento di cambiare rotta e impostare l’agricoltura su ecosostenibilità, commercio, tracciabilità e trasformazione del prodotto. Per essere competitivi occorre rinnovarsi.
Quali le soluzioni a breve e lungo termine?
La situazione è critica per cui bisogna studiare immediatamente misure tampone, ma che siano solo provvisorie. Parallelamente occorre trovare rimedi duraturi ed insistere su aggregazione e attività di filiera. La battaglia va vinta superando difetti, errori e vizi del passato.
Come mai, in questa battaglia, Alpa non vede al suo fianco Coldiretti, Cia e Confagricoltura?
Semplicemente perché obiettivi, approcci e interessi sono diversi: loro tutelano ‘grande’ agricoltura e grosse imprese. Noi siamo dalla parte dei braccianti che, da soli, non potrebbero assolutamente permettersi sbocchi organizzati. E, numericamente, sono certo pochi. Anzi, le aziende sotto i due ettari sono la stragrande maggioranza, così come la stragrande maggioranza della produzione è loro. Se venissero meno, crollerebbe l’intero settore agricolo del Paese.





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