Il rebus dell’evasione e i poteri speciali del sindaco

Rocco Passerotto

La lotta del Comune contro i furbetti del quartierino.

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In una Sala conferenze gremita si è discusso venerdì scorso di giustizia fiscale e dell’esigenza del contribuente a veder rispettati, come sottolineato dal dott. Quatraro, principi costituzionali.

Tuttavia senza volare alto e tralasciando gli studi di settore (tema cardine della discussione), pare utile soffermarsi sul nuovo (nuovo?) ruolo attribuito ai comuni nella lotta all’evasione.
A ben vedere infatti non ci sono novelle. In realtà sia la letteratura economica che il legislatore stesso ci avevano già pensato negli anni ‘70.

Infatti, molti economisti dell’epoca ravvisavano la necessità di decentralizzare (o addirittura federare) il fisco per poter usufruire della capacità di “sfruttamento” dei contribuenti da parte degli enti locali.

Il legislatore italiano, da parte sua, col D.P.R. 29.9.73 n. 600 prevedeva all’art. 44 la partecipazione all’accertamento fiscale dei redditi da parte dei comuni.

È il decentramento fiscale degli anni ’90 che cambia le carte in tavola.
L’autonomia finanziaria e impositiva conferita ai comuni, con l’introduzione dell’ICI e della TaRSU (pari al 55% delle entrate correnti del nostro Ente) assegna maggiore importanza alle entrate tributarie comunali.
Di conseguenza, anche grazie al potere di accertamento conferito al Comune sugli immobili, concentrandosi sulla leva fiscale di competenza i comuni si dedicano all’evasione patrimoniale e non reddituale.

I risultati di ciò si vedono anche ad Acquaviva. Tra il 2005 e il 2007 due dipendenti comunali (senza neanche un responsabile di servizio a tempo pieno) hanno recuperato, in quanto non denunciati, € 738 mila di ICI ed € 487 mila di TaRSU.

La sfida odierna è partecipare all’accertamento su tributi che non sono di competenza comunale (IRPeF, IRES, IVA etc. etc.) fornendo segnalazioni qualificate (atti, fatti e negozi che evidenziano, senza altre elaborazioni logiche, comportamenti evasivi o elusivi) all’Agenzia delle entrate.
Se poi questa accerterà e riscuoterà dagli eventuali evasori le somme dovute, il Comune maturerà un diritto all’incasso (questa la vera novità) pari al 30% del gettito fiscale recuperato.

Per farsi un’idea sulle cifre in gioco ecco dei dati. La stima del PIL acquavivese nel 2004 (ultimo anno disponibile) è pari ad € 344 milioni.
La cifra comprende anche l’evasione che si attesta sul 25-30% circa. Così abbiamo redditi non tassati tra 86 e 103 milioni di euro.
Di questa cifra, circa la metà verrebbe tassata attraverso il recupero del tributo, interessi e sanzioni. Ergo la “fetta” comunale (ossia il famoso 0,3) potrebbe aggirarsi prudenzialmente su 3 milioni di euro annui considerando anche l’Addizonale comunale all’IRPeF.

Insomma una sfida difficile ed intrigante che presuppone un dispendio di maggiori risorse per l’Ufficio tributi e magari anche per la Polizia municipale alla quale a rigor di logica, il legislatore, dovrebbe conferire più poteri per far si che le segnalazioni all’Agenzia delle Entrate siano efficaci.

Chissà quali saranno i risultati. In attesa della convenzione tra il Comune e l’Agenzia lasciamo ai posteri l’ardua sentenza.

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