Da Acquaviva a Novosibirsk

Massimo Barberio, la sua lei e il loro prodotto.
Ha inizio questa settimana uno fra i festival fotografici che si sta attestando fra i più promettenti ed innovativi nel panorama internazionale, ovvero Different Dimension, Novosibirsk, terza città della Russia.
Certo, roba da riviste specializzate, se non fosse che l’artista più giovane selezionato sia un acquavivese residente a Roma, ma legatissimo al suo borgo natio, Massimo Barberio.
Come attestato dalla presentazione, la stessa che accompagnerà la sua esposizione “In girum imus nocte et consumimur igni”, si ha la sensazione di avere a che fare più con un poeta che con un tecnico o un professionista, definizioni che lo stesso Massimo ritiene del tutto inadeguate.
Come suo padre, anche lui si ritiene un artigiano. Certo, non avrà la stessa pelle arsa dal sole e gli stessi calli, ma l’etimologia è quella, e la stessa idea di poter costruire qualcosa e non semplicemente catturarlo, che ne ha fatto della sua macchina fotografica la sua lei dalla quale mai separarsi.
Come mai questo titolo?
È innanzitutto un omaggio. E poi è uno storico palindromo, come a dire che anche l’arte, da dove la si pigli e si pigli oggi, è la stessa, in forma. Bisogna contare sulla sostanza. Ovvero sulle persone. Per questo, è solo un titolo.
Neanche un anno fa la tua prima mostra, proprio qui ad Acquaviva, ed ora ti ritrovi già a livello internazionale.
Come vivi questa grande attestazione di merito?
Sono sempre le persone a fare la differenza. Quindi mi inorgoglisco molto più se ripenso a quell’unico giorno di vento dell’estate scorsa in cui non si riusciva a montare i pannelli, che non un museo di stato di cui non riesco a pronunciarne il nome. L’attestazione personale non rende come un grazie sussurrato a chi ti ha aiutato nell’allestimento o ti ha sorriso compiaciuto perché era lì con te.
Mi rendo conto che questo è un altro discorso, ma nel campo dell’arte contemporanea se perdi di vista la realizzazione umana, finisci mercificato. Molto meno delle opere, è chiaro. Se non puoi condividere le attestazioni è finito l’entusiasmo l’amore e l’opera, e si è peggio che nel circolo fabbrica-casa, ovvero nell’alienazione. E senza l’uomo non c’è l’arte.
Parli tanto di arte come un assoluto, ma so che ti vorresti dedicare soprattutto al reportage. Come unire l’arte alla fotografia impegnata, che spesso non lascia spazio ad altro se non all’orrore?
Chi fotografa, me lo auguro, non è avulso dal resto. Non rimane un freddo spettatore. È la nozione di fotografia impegnata, di prendere una parte e tenerla. Certo sarebbe molto più facile fare foto di posa o per la pubblicità, come continuano a dirmi amici e cugini, ma lì avrei paura a scattare.
Sapere invece di essere parte di una situazione, e poter provare a far vedere ad altri … vale sempre lo stesso discorso: nelle tragedie, nella vita d’ogni giorno, c’è l’uomo: l’uomo senza amore è tragedia. Ma ciò non significa non sia arte. Per carità, non si fraintenda. Mi farò aiutare dalle parole del più grande fotografo mai esistito, Robert Capa, quando, a guerra(la seconda mondiale)finita, benché finalmente in una comoda camera di albergo, commentò così le prime pagine dei giornali:”Ora non c’è davvero più nessun motivo per alzarsi la mattina”.
Quindi credi sia quasi una missione quella del fotoreporter, ed anche dell’artista?
Non vorrei inerpicarmi per filosofie che ho lasciato all’università, ma sì … soprattutto perché queste “categorie” non hanno un superiore che copra le spalle,semmai nella figura di galleristi e redattori, le appesantiscono … ma ancor di più, è come essere un samurai, che di volta in volta deve seguire un nuovo padrone. Qui il padrone comune è la verità e l’interesse per l’uomo. Senza questi si diventa dei ronin, quindi dei mercenari.
Massimo, sei davvero pesante, te l’hanno mai detto?
In continuazione, per questo sono un capolavoro.
Ridere.





Commenti
magico
unico
è un talento meraviglioso il suo.
una sensibilità unica alimenta iltuo talento