Cambiare tutto per non cambiare

Ato e liberazzazioni: uno è di troppo!
Negli ultimi tempi, un dibattito attanaglia a livello nazionale gli addetti ai lavori: è giusto che gli enti locali possano operare come soggetti economici?
La risposta è alquanto complessa, innanzi tutto bisogna distinguere tra privatizzazione e liberalizzazione, concetti che spesso vengono usati come sinonimi ma che in realtà hanno significato opposto. Privatizzare vuol dire permettere appunto ai privati di diventare soci di aziende partecipate da enti pubblici. Liberalizzare vuol dire creare le condizioni per il mercato concorrenziale ossia, creare un mercato nel quale principalmente ci siano compratori e venditori in condizioni tali che nessuno possa influenzare domanda e offerta.
Per esempio nel servizio smaltimento rifiuti solidi urbani, privatizzare significa che le società partecipate dai comuni e che in quanto tali, possono ricevere direttamente l’affidamento del servizio ex art. 113 TUEL, si aprano a capitali privati ossia che la partecipazione del comune non sia di un quantum tale da permettere l’esercizio di un dominio o influenza sulla società. Liberalizzare significa invece creare le condizioni affinché alle gare indette per la gestione del servizio partecipino numerose società, sia pubbliche che private, in modo creando concorrenza ci sia maggiore efficienza.
La prima condizione è facilmente realizzabile con un decreto legge, sulla opportunità invece si potrebbe scrivere un articolo a parte. La seconda comporta invece una indispensabile interazione tra processo istituzionale e processo economico. Infatti oltre la legge è necessaria la presenza contemporanea di: mentalità imprenditoriale, risorse per costituire le aziende, risorse sufficienti a sostenere il livello degli investimenti che necessita una società operante nel settore.
Proseguendo su questa direttrice evidenzio un’anomalia: mentre in Parlamento si è discusso, in occasione del disegno di legge Lanzillotta, sulla opportunità di liberalizzare, a livello locale le varie ATO stanno andando in senso opposto.
Per esempio, il nostro ATO/ BA 5 del quale fanno parte 21 comuni ha deciso che dal 2009 per sfruttare eventuali economie di scala ci sarà un’unica gara, un unico contratto e di conseguenza un unico gestore per tutti. Sapete questo che significa? Significa che la società che si aggiudicherà l’appalto dovrà essere necessariamente una grande impresa, grande impresa che essendo in grado di influenzare l’offerta “cozza” col mercato concorrenziale.
Laddove invece molte piccole società si consorzieranno per partecipare alla gara allora presumibilmente in seguito alla eventuale vittoria, seguirà una logica spartitoria dei compiti che porterà ogni singolo paese a confrontarsi con una società che laddove scontenti lo stesso, non può essere rimossa da un singolo comune. Altra possibilità potrebbe essere un mix delle due prospettate: una grande impresa si aggiudica l’appalto e poi decide di subappaltare, in tutto o in parte i servizi, rivolgendosi magari alle aziende già operanti nei comuni.
Allora viene da dire che si cambia tutto per non cambiare niente. Era infatti sicuramente necessario un coordinamento migliore tra Parlamento e enti locali. Se si vuole liberalizzare, l’ATO non ha senso: se è pur vero che per esempio il nostro ha modificato i servizi che dovranno essere fruibili dai cittadini, è anche vero che i comuni all’interno di uno stesso bacino hanno differenti esigenze.
Su questo punto vi invito a leggere i verbali del “nostro” ATO nei quali emergono per esempio diatribe tra comuni come Mola e Polignano che spingevano verso la raccolta porta a porta con eliminazione dei cassonetti e altri comuni che rifiutavano questa soluzione.
Quindi, bastava obbligare gli enti locali proprietari di società pubbliche al rispetto del criterio di mercato. Per esempio obbligandoli alla costituzione di joint-venture, con i privati vincitori delle gare, per la durata dell’appalto. Così si sarebbe lasciata più autonomia ai comuni, si sarebbe evitata la creazione di un altro ente e si sarebbe raggiunta più efficienza sfruttando le sinergie tra pubblico e privato posto che per tutti gli altri comuni, non proprietari di società pubbliche, si sarebbe lasciata autonomia in modo da richiedere nelle gare i servizi ritenuti necessari e, da adeguarsi alle specifiche necessità della cittadinanza.





Commenti
Concordo con le perplessità esternate da Rocco, riguardo L’ATO, ritengo che le tariffe sulle quali verrà applicata l’attuale T.A.R.S.S.U.I. (Prevista dal D.Lgs. del 15-11-1993 N°507 con succ. integrazioni e modifiche) saranno di molto aumentate, rispetto a quelle in corso. Questo sarà causato da costi del servizio superiori a quelli attuali, senza tenere presente, della qualità dell’offerta che rimarrà pressochè invariata, con i Comuni “più grandi” ke la faranno da padrona.
Povero Lombardi, come farà ad arrivare alla fine del mese?