Cos’è Auschwitz Birkenau?

Acquaviva accoglie il racconto di Sami Modiano.
Intensa partecipazione ieri sera nella sala conferenze del Comune per il secondo incontro con Sami Modiano, già presente in mattinata presso l’ITC Colamonico che, nell’ambito del progetto “La mia scuola per la pace“, lo ha invitato ad Acquaviva per incontrare i propri studenti.
L’intervento è stato introdotto da Claudio Laera, presidente dell’associazione l’“Urlo” e dal Prof. Vitantonio Petrelli.
Quest’ultimo si è soffermato sulla difficoltà di spiegare le ragioni di un campo di sterminio e sulla forza esplicativa del racconto. Laddove la spiegazione non arriva il racconto è più che efficace: è necessario.
Dov’erano i buoni nella Germania di Hitler? Questa domanda è emblematica per capire come il male possa nascere dalla normalità e diventare follia collettiva. Il male nazista si presentò in modo fascinoso e trasformò uomini comuni in carnefici e marionette del potere.
Quando Hannah Arendt parlava di “banalità del male” metteva in luce una verità lancinante: la cattiveria può originarsi dal nulla e diventare routine, se non missione.
Parlarne oggi non significa solo partecipare emotivamente al ricordo, ma fare appello alla responsabilità. “Ogni guerra è la mia guerra”, diceva Jean Paul Sartre. È una dialettica a cui non possiamo sottrarci. È su questa terra che va applicata la giustizia.
Non vale la motivazione istintuale a giustificare un evento di fronte a cui anche la Chiesa entra in contraddizione.
Può allora la ragione spiegarci il male? Neppure, dal momento che essa stessa ha guidato le ideologie del ‘900 fino al delirio. Ben venga allora il buonsenso, la mitezza e l’umiltà come antidoto alla superbia.
Per comprendere quali sentimenti occupassero la vita di Sami quando è stato deportato, si può pensare alla gioia che provano oggi i ragazzi quando giocano alla Playstation. È all’inizio dell’adolescenza, vive a Rodi con la mamma Diana (morta precocemente per problemi di salute), col padre Giacobbe e con la sorella Lucia. Frequenta con entusiasmo le scuole fino alla terza elementare, quando, senza un valido motivo viene espulso.
Le leggi razziali sottoscritte dal Duce privano del diritto di essere persone comuni e impediscono a Sami di avere una cultura.
Nel 1944 i tedeschi vengono informati di una comunità di 2500 ebrei a Rodi. Li catturano e li rinchiudono in una caserma dell’aeronautica italiana. È l’inizio del viaggio verso quell’inferno in terra che è Auschwitz Birkenau. Tre settimane: niente cibo né acqua, settanta persone per vagone come sardine in scatola. Di tanto in tanto si scarica un cadavere…magari di una donna incinta.
Si arriva di notte ma le SS non sono mai stanche: separano donne e uomini, spogliano, picchiano.
Con una leggera inclinazione del dito un ufficiale decide chi far morire la sera stessa e chi salvare provvisoriamente. A 1900 persone tocca la prima sorte.
Sami riesce a seguire le orme del padre, scelto per lavorare. Adesso indossa un pigiama a righe bianco e nero, un cappello e degli zoccoli di legno. Insieme ai vestiti ha perso la dignità e il nome: ora è B7456.
Lavora per 14 ore al giorno con – 10°C, ogni 24 ore c’è un chilo di pane da dividere in otto e un mezzo litro di acqua bollente.
L’unica consolazione, di tanto in tanto, è incontrare la sorella dietro il filo spinato, buttarle la sua misera razione e commuoversi nel vedere che anche lei fa lo stesso. Qualche tempo dopo Lucia non si è più recata all’appuntamento.
Sami resta definitivamente solo il giorno in cui il padre si abbandona a se stesso e alla morte.
Ha 14 anni quando scampa alle camere a gas perché già troppo piene, quando viene salvato grazie a un treno di patate da scaricare, quando cade in un pozzo ghiacciato, continua a lavorare a piedi nudi nella neve e rinuncia all’idea di suicidarsi attaccandosi alla corrente elettrica del filo spinato.
Intorno al 20 gennaio del 1945, i russi stanno per arrivare. I tedeschi decidono di evacuare il campo di Birkenau e di spostare i prigionieri ad Auschwitz. Duemila persone in fila per cinque, con i mitra alle spalle e i cani alle caviglie.
Metà di loro non sono arrivati a destinazione. Ad Auschwitz era più facile morire che sopravvivere. Sami sta per cedere ma viene tirato su da due uomini.
“Se oggi sono qui a parlare con voi è grazie al gesto di quei due angeli custodi”, dice e continua: “Mi sono sentito colpevole e privilegiato. Quando mi hanno liberato non ho gioito e ho iniziato a chiedermi: perché mi sono salvato?”
Dopo anni di tormento, solo oggi riesce a darsi una risposta: “Qualcuno voleva che rimanessi per raccontare alla nuova generazione quello che è successo e non deve più accadere. I giovani mi hanno dato il coraggio e in loro ho grande fiducia”.
Il Sindaco Pistilli ha consegnato all’ospite e alla sua consorte una targa su cui sono impresse delle parole felici per un futuro di pace e per una convivenza positiva.
Sami ci ha salutati con una parola: SHALOM, che vuol dire “pace”, vuol dire “ciao” e vuol dire che dobbiamo ricordarci più spesso quanto siamo fortunati.





Commenti
grazie di questa testimonianza. Grazie con tutto il cuore.
meraviglioso, mi sono commosso, grande urlo
bellissimo articolo..complimenti davvero.