La scuola che cambia con la Rete

Flora Caporusso

I modelli integrati, tra scuola e territorio, rivestono un’importanza sociale notevole, in quanto permettono l’inclusione sociale che vuol dire: meno dispersione scolastica, meno devianza minorile.

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La scuola italiana sta subendo una crisi a causa del veloce cambiamento che la società attuale sta attravesando. Come affrontare il problema? Il professor Giuseppe Tribuzio, sociologo, di origine acquavivese propone alcune soluzioni. Pubblichiamo di seguito una nota, da lui inviataci, in merito a tale questione:

“Della crisi della scuola italiana tanti ne parlano, a volte senza aver cognizione dell’argomento. Quando si vivono momenti critici come questo denunciare il fenomeno attraverso i media non è difficile;

Complesso, invece, è proporre delle risposte che cerchino di affrontare il problema e tentare una soluzione. Come sociologo dell’Educazione constato che il mondo della scuola è davvero complesso, per la sua struttura, per i soggetti che coinvolge (alunni, insegnanti e genitori) e per le attese che l’intera società ripone nell’istituzione.

Una delle novità che indirizza il mondo scolastico verso una nuova dimensione che comporta una costruzione di una nuova identità è, oltre all’autonomia, la sua capacità di formare una rete di relazioni con il territorio circostante, contribuendo a creare così un sistema formativo integrato.

Prima di analizzare dal punto di vista sociologico quali risvolti comporta la concreta realizzazione di una attività in rete, che coinvolge i vari mondi educativi presenti sul territorio, sarà opportuno volgere il nostro sguardo indietro nel tempo e vedere cosa avveniva all’interno della famiglia Leopardi agli inizi dell’Ottocento.

In una lettera indirizzata al cognato, Carlo Antici, nel gennaio del 1815, il Conte Monaldo Leopardi, orgogliosamente, narra i trionfi della sua pedagogia familiare, che vede suo figlio Giacomo, appena sedicenne, in grado di <<gareggiare per la erudizione con molti>>, in quanto, senza maestro, ha appreso il greco, l’ebraico e il francese.

Nello stesso tempo, però, il padre lamenta l’eccessiva applicazione del giovanetto, tanto da fargli pensare che sarebbe opportuno frenarlo, perché il suo attaccamento allo studio è sicuramente esagerato. Anche Carlo, il secondogenito, nonostante i suoi quindici anni è lì che sta terminando di studiare «la teologia e il jus canonico».

Paolina non è da meno, a quattordici anni segue l’esempio dei fratelli ed «è bravissima nel latino» e lo sarebbe ancora di più nelle scienze se il padre gliele lasciasse studiare. Nella missiva il padre confessa la sua paradossale contrarietà, affermando che «non mi piacciono le femmine letterate».

Per tutta la sua prole il Conte Leopardi si dimostra un padre premuroso e attento tanto da non far mancare loro doni e ogni <<proporzionato solazzo domestico>>, con un’unica accortezza: quella preservare i figli da inopportune contaminazioni con il mondo esterno all’ambito familiare <<tenendoli severamente lontani dal teatro, dai Pubblici spettacoli e dalla compagnia di altri giovani>>.

Il comportamento del Conte Monaldo è finalizzato alla necessità di avere i suoi giovani figli <<affezionati alla casa e non distratti da desideri e pensieri>> che di certo avrebbero potuto distoglierli dallo studio, tanto importante nella loro formazione.

Il Conte Leopardi ha una abilità straordinaria nell’erigere intorno ai figli una cintura di protezione con l’intento di salvaguardarli da un mondo volgare, che avrebbe potuto corromperli. La cultura si difende dal mondo esterno e tende a chiudersi in se stessa, perché deve essere riservata ad una ristretta elìte.

Oggi non potremmo concepire affatto una simile scelta, i tempi sono diversi, e diverse sono le necessità della società sempre più complessa nella quale viviamo. Qualora lo facessimo ci isoleremmo non solo dal mondo della conoscenza, ma anche da quell’intricata rete di relazioni, che contribuiscono allo studio e alla risoluzione di problematiche, che individualmente non sapremmo come affrontare.

Da un sapere di elìte, riservato ad un ceto sociale privilegiato, si è giunti progressivamente e inevitabilmente ad una scuola di massa per rispondere alle nuove esigenze e ai nuovi ritmi di una società in continua evoluzione.

La scuola nel suo essere agenzia formativa, non solo deputata all’istruzione, ma anche all’educazione, è sempre stata espressione della società che l’ha istituita e organizzata, nello stesso tempo, però, non ha mai cessato di influenzare il contesto sociale che l’ha espressa. I diversi tentativi di riforma elaborati nel tempo non sono altro che la dimostrazione di una necessità di dare un indirizzo a volte di parte ad una istituzione che deve essere di tutti.

Tra le diverse riforme realizzate o solamente tentate, l’innovazione che più di altre ha messo la scuola in diretto contatto con la realtà sociale circostante è stata sicuramente quella dell’autonomia scolastica, che si inseriva in un progetto ben più vasto di decentramento amministrativo dell’apparato statale.

Con l’autonomia la scuola perde la sua centralità educativa, ma nello stesso tempo acquista un nuovo ruolo, di importanza fondamentale, per promuovere la crescita del territorio. Nel passaggio da un sistema formativo “scuolacentrico” ad uno “policentrico” si è data una nuova dignità a tutte quelle esperienze formative identificate, impropriamente, con il termine extra-scolastico.

Questa riserva di risorse, a lungo trascurata, rappresenta una nuova linfa ricca di entusiasmo e nuove conoscenze in grado di contribuire al pari della scuola ad educare e formare cittadini, in grado di confrontarsi con un mondo del lavoro sempre più esigente ed in continua evoluzione.
I nuovi saperi, prevalentemente tecnologici, che continuano a coinvolgere le nostre società non possono più essere maturati unicamente all’interno di aule di una istituzione che rischia di non essere al passo coi tempi. La scuola per recuperare spazio e tempo deve confrontarsi necessariamente col mondo esterno.

Ecco allora che non basta più la dimensione “policentrica” della formazione, perché si rende necessario far incontrare e interagire due mondi diversi, ma complementari, dando vita ad un nuovo sistema formativo che integra le due esperienze: scuola ed extra-scuola o meglio, per essere più in tema, scuola e territorio attraverso una rete.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di una scuola che oltre a garantire uguaglianza, e quindi pari opportunità, deve essere più equa. È sull’equità, infatti, che i sistemi scolastici nei prossimi anni si confronteranno sempre più, perché è fortemente sentita l’esigenza di una scuola più giusta nel distribuire conoscenze e saperi.

Per far sì che la scuola emerga dall’empasse in cui si trova, oltre a chiedersi cosa insegnare e come insegnare, deve rapportarsi con la realtà sociale circostante per attivare concretamente un’apertura alla conoscenza. Una scuola più equa è sicuramente una scuola che recepisce i nuovi bisogni, le proposte della comunità e si attiva per dare risposte opportune, che diventano così un progetto formativo per modellare il futuro del territorio.
Per realizzare una scuola più equa che promuova la società della conoscenza come previsto dalla “strategia Lisbona” è indispensabile la realizzazione di un sistema formativo integrato, che individui nella rete la sua forza, formalizzando un nuovo tipo di rapporto tra scuola e agenzie formative esterne.

Questa nuova concezione sistemica della formazione, trova il suo punto di forza nella inter-penetrazione dei diversi mondi educativi, che si integrano tra loro e interagiscono in modo organico, secondo finalità ben precise, che di volta in volta saranno individuate in base alle esigenze del territorio o della scuola.

Il modello formativo integrato così inteso vive perciò di contaminazioni reciproche, originate da mondi diversi che imparano a comunicare con un linguaggio comune per poter realizzare un risultato che è superiore alla somma delle singole componenti in rete. È evidente che la scuola, come anche il territorio, possono cambiare solo se tutti sono disposti a cambiare: insegnanti, genitori, giovani, associazionismo, amministratori locali e università.

Con lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie informatiche il lavoro in rete diventa una strada obbligata intesa non solo come scambio di conoscenze, ma anche come modalità operativa.

Attraverso questa nuova ipotesi di lavoro, che rappresenta una vera e propria “alleanza pedagogica”, ogni agenzia formativa è chiamata a definire meglio le proprie finalità, sia cognitive che di socializzazione e sensibilizzazione nei riguardi delle culture “altre”, che rappresentano realtà non sempre problematiche, ma anche una risorsa in una comunità accogliente come la nostra.

L a scuola, le famiglie, l’associazionismo, gli Enti locali, le rappresentanze politiche sono parti integranti di questo sistema aperto e ognuno deve assumersi i propri oneri, per il bene di tutti. In questo progetto di integrazione di saperi ed esperienze emerge l’immagine di un’ “aula grande”, come l’intero territorio della comunità interessata, che diventa così un enorme laboratorio ad alto scambio comunicativo.

Grazie a questo scambio comunicativo sarà possibile far fronte alle sfide della globalizzazione in una società sempre più complessa, che il sociologo Bauman giustamente definisce “Liquida”, perchè soggetta a cambiamenti continui, non facilmente prevedibili e carichi di rischi tanto in ambito economico quanto in quello sociale.

L’idea di un sistema formativo integrato, che si estende in modo longitudinale, tra i vari gradi della scuola di base, e trasversale tra scuola e altre agenzie presenti sul territorio, potrebbe prevedere anche una forma di inter-azione tra i diversi istituti scolastici. In questo modo si metterebbero in relazione studenti, che pur maturando esperienze formative diverse, con curricoli diversi, troverebbero in comune la voglia di apprendere quell’insieme di saperi, funzionali non solo alla realizzazione individuale, ma anche al progresso dell’intera comunità.

La sperimentazione di modelli integrati, tra scuola e territorio, riveste un’importanza sociale notevole, perché attraverso la sua realizzazione è possibile promuovere l’inclusione sociale, il che vuol dire: meno dispersione scolastica, meno devianza minorile, più partecipazione all’emancipazione dell’intera comunità, migliori opportunità di crescita per tutti e, infine, sviluppo di quel senso civico necessario per affermare quella cittadinanza attiva, che fa di ogni individuo protagonista del suo futuro”.

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Commenti

  • lukyluky (utente non verificato)

    Complimenti al Prof. Giuseppe Tribuzio. La comunità acquavivese, nonostante tutto, cresce.